Jan Palach, di Andrea Cortese

Questa pagina racconta la storia di Jan Palach, ed è tratta da un articolo di Andrea Cortese pubblicato su www.roma2oggi.it.

Quarantacinque anni fa, Jan Palach, uno studente universitario cecoslovacco di 20 anni decide di sacrificare la sua vita per richiamare l’attenzione sul dramma del suo popolo vittima della dura repressione militare sovietica, che aveva appena spento la breve ma significativa esperienza di governo riformista guidato da Dubcek in uno Stato aderente al Patto di Varsavia, nota come “la Primavera di Praga”.

Nell’anno precedente, il famoso 1968, la contestazione giovanile ha attraversato mezzo mondo e dagli Usa è arrivata in Europa portando un’aria di rinnovamento e di dissenso; alcune idee di libertà riescono a penetrare anche nella parte dell’Europa controllata politicamente dall’Unione Sovietica, germogliando a Praga grazie ad Alexander Dubcek salito al potere il 5 gennaio 1968. Dubcek si fa interprete di una linea di socialismo democratico, un “socialismo dal volto umano”.: durante il suo governo, durato solo pochi mesi, concede maggiori diritti civili ai cittadini, allenta la censura sulla stampa e sui vari movimenti politici, si fa promotore della divisione della Cecoslovacchia in due nazioni indipendenti (che poi avverrà diversi anni dopo).

La reazione sovietica è immediata: il 21 agosto 1968 600.000 soldati e 7.000 carri armati indono il paese, Dubcek è destituito e Mosca impose un nuovo direttivo del Partito Comunista.

In Occidente nessuno Stato vuole rischiare una Terza Guerra Mondiale per la Cecoslovacchia, nessuno interviene per questo popolo fiero, che aveva vissuto l’occupazione nazista trent’anni prima e ora si trova sotto una altrettanto sanguinaria dittatura.

Palach raggiunse piazza San Venceslao al centro di Praga, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo dopo tre giorni di agonia il 19 gennaio 1969.

Era nato l’11 agosto 1948 e fu la prima e più famosa “torcia umana” in Occidente, una terribile forma di protesta e dissenso politico, ispirata dai monaci buddisti che alcuni anni prima si erano immolati per protestare contro l’oppressione dei monaci nel Vietnam del Sud: il suo esempio fu seguito nei giorni successivi da altri sette giovani dissidenti cecoslovacchi (tra i quali Jan Zajic, 19 anni) il cui sacrificio fu nascosto dai mezzi d’informazione controllati dal regime sovietico dell’epoca. Jan Palach invece divenne subito il simbolo della resistenza antisovietica del suo Paese ed al suo funerale partecipò l’enorme numero di 600.000 persone provenienti da tutta la Cecoslovacchia.

Jan Palach decise di non bruciare gli appunti e i gli articoli contenenti i suoi pensieri e i suoi ideali, che lasciò in un sacco a tracolla collocato lontano dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (notiziario delle forze di occupazione sovietiche) Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969 e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà».

Grazie a questo gesto estremo, Palach venne considerato dagli antisovietici un eroe ed un martire e diverse nazioni gli intitolarono strade in molte città e paesi : l’azione ebbe una forte eco anche in Italia, dove per iniziativa del giornale romano Il Tempo a fine gennaio 1969 fu indetta una raccolta fondi per erigere un monumento dedicato allo studente praghese. Grazie al successo della raccolta l’anno successivo fu inaugurata una statua dal sindaco di Roma Clelio Darida, che l’anno precedente aveva fatto parte della delegazione romana al funerale di Palach. Domenica 18 gennaio 1970, in occasione dell’inaugurazione del monumento, venne anche intitolata a Jan Palach la piazza dove fu collocata la statua (in origine piazza della XVII Olimpiade); tra le vie del circondario che portano i nomi dei paesi partecipanti ai giochi olimpici estivi del 1960, una è intitolata alla Cecoslovacchia.

Il monumento è costituito da una statua bronzea dello scultore italiano Vittorio Colbertaldo (1902-1979), su un basamento di travertino e rappresenta il giovane circondato dalle fiamme mentre alza un braccio al cielo. La forma dinamica è in sintonia con l’architettura moderna degli edifici circostanti, originariamente appartenenti al Villaggio Olimpico, costruito per i Giochi Olimpici tenutisi a Roma nel 1960. Per il monumento a Jan Palach a Roma è stata anche scritta una poesia: “Cielo luminoso e giornate roventi, solido piedistallo di pietra, Dio ha dipinto il cielo così blu, ad esso si tendono le tue braccia, tocchi il blu con le punte delle dita” (Anastáz Opasek).

Dopo il crollo del comunismo e la caduta del Muro di Berlino, la sua figura fu rivalutata: nel 1989 il presidente Václav Havel, il primo presidente di una Cecoslovacchia finalmente democratica, dedicò alla sua figura la piazza che prima si chiamava piazza dell’Armata Rossa mentre nel 1990 gli dedicò una lapide per commemora re il suo sacrificio in nome della libertà; oggi Jan Palach, insieme a Jan Zajic e agli altri martiri, è ricordato in un monumento in piazza San Venceslao. Molte associazioni studentesche, anche di sinistra, lo ricordano come una persona morta in nome dei suoi ideali e non sono pochi i circoli di giovani dedicati al martire Palach, ricordato anche in molte canzoni di cantautori di “destra” e di “sinistra”: Francesco Guccini lo ricorda in “Primavera di Praga”, il cantautore belga Salvatore Adamo gli ha dedicato la struggente “Mourir dans tes bras”, i Kasabian gli hanno dedicato la canzone “Club Foot”, il gruppo la Compagnia dell’Anello ha scritto la canzone “Jan Palach” e Skoll la bellissima “Fate di Praga.

[jan palach] Jan Palach nacque l’11 agosto 1948 a Vsetaty, a 40 km. da Praga, il padre, Joseph, anticomunista e membro del Partito Socialista, gli trasmette la passione per la storia, la letteratura e la coerenza morale. Jan è battezzato nella Chiesa evangelica frequentata dalla madre. Dopo il ginnasio si iscrive prima alla facoltà di economia, poi a quella di filosofia dell’Università Re Carlo di Praga. Sostiene la stagione riformista del suo Paese (“La Primavera di Praga” del 1968), partecipa alle speranze e agli entusiasmi della grande maggioranza dei cecoslovacchi e di molti cittadini degli altri paesi del blocco sovietico. In quei mesi interviene agli incontri, alle assemblee e a tutti gli spazi di libertà che si aprono nella società civile. Ben presto tuttavia la stagione delle riforme viene brutalmente interrotta: il 21 agosto 1968 le truppe del patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia.Viene annullata la libertà di stampa, limitati il diritto di riunione e di sciopero. Tutte le manifestazioni antisovietiche sono duramente represse. Fallisce anche lo sciopero del Casp (Comitato d’azione studenti praghesi) del 18 novembre che non ottiene l’appoggio della maggioranza della popolazione, scoraggiata e impaurita. Di fronte alla drammaticità della situazione, Jan inizia a progettare un’azione dimostrativa dirompente. A Natale incontra la sua maestra delle elementari le parla della delusione “per il torpore che ha preso la società cecoslovacca e della necessità di ridestarla”. Il 6 gennaio 1969 scrive una lettera al leader studentesco Lubomir Holecek, in cui lancia l’idea di occupare l’edificio della Radio cecoslovacca a Praga tramite un blitz di studenti per invitare i cittadini allo sciopero contro la censura. Dieci giorni dopo, il 16, scrive 4 lettere di addio, firmate “la prima fiaccola”, indirizzate all’Unione scrittori, a Holecek, all’amico Ladislav Zizka. La quarta sarà ritrovata nella sua borsa sui gradini del Museo nazionale in piazza San Venceslao, di fronte al Palazzo Federale, simbolo del potere statale. “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di “Zpravy” ( notiziario delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. Prima di morire, nei rari momenti di lucidità, chiede che gli leggano i giornali, per sapere se il governo abbia accettato qualcuna delle sue richieste. La camera ardente, allestita nella facoltà di filosofia, diviene meta incessante del pellegrinaggio non solo dei praghesi, ma di tutta la nazione.

Il 25 gennaio, giorno dei funerali, una marea silenziosa partecipa commossa all’ultimo saluto al giovane con cui ha condiviso il sogno di libertà.Siamo al centro del Villaggio Olimpico. Davanti a noi notiamo davanti una grande piazza, è piazza Jan Palach con in fondo il monumento al ragazzo che si tolglie la vita nel 1969, come estrema protesta contro l’occupazione russa della Cecoslovacchia, dopo la “primavera di Praga” di Alexander Dubcek.Il sacrificio ha una forte eco anche in Italia, dove per iniziativa del giornale romano Il Tempo è indetta una raccolta fondi per erigere un monumento dedicato allo studente praghese e, grazie al successo della raccolta, l’anno successivo nel Villaggio Olimpico è inaugurata una statua di bronzo dello scultore Vittorio Di Colbertaldo (1902-1979), su un basamento di travertino e rappresenta il giovane circondato dalle fiamme mentre alza un braccio al cielo.Le vie del circondario che portano i nomi dei paesi partecipanti ai Giochi olimpici estivi del 1960, tra cui la Cecoslovacchia, sembrano voler portare un tributo alla giovane che si è sacrificato per la libertà del proprio popolo.

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