Zona delle Accademie 1942

Testo estratto dal capitolo Vittorio Emanuele 1942 del libro di Guglielmo Cerroni: Roma nei suoi quartieri  e nel suo suburbio – Palombi Editori (1942).   

Fino al viale dei Martiri fascisti che scendendo dai terreno della ex Villa Sacchetti sbocca sul viale delle Belle Arti quasi al suo incrocio con la via Flaminia, la zona raccoglie le Accademie straniere e la Facoltà di Architettura, che sorge sulla sommità della piazza Thorwaldsen, nella parte più alta della Valle Giulia, in prossimità del Palazzo della Scuola Britannica di Archeologia e d’Arte. Intorno l’anfiteatro verde, di incomparabile bellezza, formato dalla Villa Borghese e dalla Villa Strohl Fern, dalla rupe dei Parioli, dalla Villa già Cartoni: nel fondo, tra i pini, si affaccia 1a Cupola di S. Pietro.

L’edificio a cui si accede dalle rampe che portano dal piazzale dedicato a Thorvaldsen, si avanza verso la vallata con due avancorpi che comprendono una terrazza. Nella zona retrostante si distaccano dalla galleria che costituisce la spina dorsale dell’edificio, l’aula magna e due aule minori a guisa di E. Due torrette estreme contengono l’una le scale, l’altra i servizi dei vari piani.
La superficie occupata dall’edificio vero e proprio è di mq. 1150 e se si aggiunge quella della terrazza anteriore (la quale copre locali semi-sotterranei destinati a gabinetti ed a magazzini), si ha una superficie totale costruita di mq. 1400.

Quali fossero fino a venti anni or sono le condizioni degli studi di architettura in Italia è triste, ma istruttivo ricordare : queste parole sono premesse alla illustrazione delle origini della Scuola in occasione dell’inaugurazione della nuova, bella sede: “un quarantennio di tentativi infelici e discussioni infeconde, fra meschine lotte di pregiudizi e di interessi, tra la incomprensione assoluta della funzione dell’Architettura e della figura dell’Architetto nella vita moderna. Smembrati gli insegnamenti architettonici tra le Scuole d’Applicazione degli Ingegneri, ove l’Architettura era ed è considerata né potrebbe essere diversamente come uno dei rami della costruzione, e tra gli Istituti di Belle Arti ove lo studio artistico mancava contenuto tecnico ed in parte di contenuto culturale, essi intristivano, lontani egualmente dai ricordi gloriosi del passato e dalle urgenti necessità della vita moderna, lontani da quella concezione unitaria da cui soltanto può aversi la capacità di sintesi nella creazione di edifici utili e saldi, di spazi armonicamente composti, di linee che esprimano un pensiero di bellezza e di simbolo”.
Il R. Decreto Legge del 31 ottobre 1919, integrato poi dal R. Decreto del 2 giugno 1921, dopo vari tentativi di diverso valore ed importanza, istituiva finalmente la R. Scuola di Architettura di Roma e il 18 dicembre 1920 ne vedeva la solenne inaugurazione (accanto ad essa altre ne sorsero in ltalia); la necessità di organizzare e di attuare un insegnamento superiore dell’architettura finalmente era riconosciuta. Con successivi provvedimenti la Scuola è stata fatta rientrare fra Istituti Superiori di insegnamento ed è indubbiamente fra le migliori d Italia.

Tra le altre Accademie straniere e Scuole che qui sorgono, ricorderei l’Istituto Storico Germanico, la Scuola Britannica, l’Accademia Romena che fondata da Vasile Parvan e Nicola Jorga funziona dal 1922.  L’istituto Storico Olandese inaugurato nel 1904, ecc.

Il colle su cui sorge parte delle Accademie, all’altezza della luminosa villa del compianto Accademico Cesarą Bazzani, era sottopassato da un viadotto che oggi murato adduceva all’Acqua Acetosa col nome di via dell’Arco Oscuro.  Il veramente oscuro nome di quest’arco ha una storia e ce la narra Publio Parsi nel suo volume sulle “Edicole di fede e di pietà nelle vie di Roma”: “La località – egli ricorda – era nel secolo passato infestata di malviventi ed una quantità di paurose storie di grassazioni e di brigantaggio accendevano la fantasia popolare. A parecchi di questi misfatti si connettevano i prodigi operati da un’effige della Vergine esposta sotto l’arco in una edicola e detta per questo “dell’Arco Oscuro”, a favore dei devoti che l’imploravano in quei pericolosi momenti. Il gran numero di prodigi aveva reso celebre la a Madonna dell Arco Oscuro nei dintorni.

L’edicola era custodita gelosamente da un eremita.  Nel 1797, il religioso addetto alla sua custodia, a nome Fra Giovanni Antonio Michelotti, volendo porre in luogo più decente quella miracolosa immagine, tolta dal tabernacolo angusto dove era collocata, nell’istesso luogo si diede a scavare nel tufo a forza di scalpello e piccone una mediocre cappelletta, e questa ridotta al suo termine abbellita ed ornata con l’aiuto delle elemosine di molti benefattori, in particolare vignaroli di quei dintorni, nella domenica 7 settembre 1797 – con le debite licenze del Vicario, dal Parroco della Chiesa di S. Maria del Popolo. nella cui parrocchia è detta Cappella, ne fu fatta con le prescritte cerimonie  la solenne benedizione” . Così narra dell’Immagine il Diario ordinario di Roma del Cracas edito nel 1797, e continua: “il giorno poi della domenica 24 essendo stata collocata la sacra Immagine sopra una vaga macchina in S. Maria del Popolo dove già era stata trasportata, dalla Chiesa medesima fu riportata, con solenne processione alla predetta Cappella dell’Arcoscuro e collocata per allora sotto l’Arco suddetto, il R. P. Curato Polani asceso in un lungo ivi preparato a guisa pulpito encomio le lodi della Gran Vergine con erudito discorso, terminato il quale fu intonato il solenne “Te Deum”, che proseguito dal concerto che era andato nella processione, accompagnato ancora da una banda di strumenti a fiato, dal quale furono cantate le Litanie Lauretane ed alcune laudi in onore di Maria SS., il tutto accompagnato da copiosi spari di fuochi artificiali, e la funzione terminò con la benedizione data dal Parroco con la reliquia della SS. Vergine data al popolo, che non meno del lungo cammino della processione si era adunato in quel vasto prato della Villa detta di Papa Giulio. Nella sera fu levato il quadro della Sacra Immagine dalla macchina e collocato sull’altare della nuova Cappella, dove la mattina del seguente lunedi fu cantata per la prima volta la solenne Messa. Il suddetto Romito con l’aiuto dei benefattori ed in particolare di S. E. la Duchessa Braschi. non solo ha fornito di arredi la stessa Cappella. ma ha altresì posta la Via Crucis, avanti alle cui stazioni ardono altrettante lampade. Che la costruzione della cappella sia avvenuta nel 1797 per opera dell’eremita addetto alla custodia della primitiva edicola, lo conferma l’iscrizione che si trova tuttora nell’interno del piccolo santuario: IOANNES ANTONIUS MICHELOTTI VINET ORDINIS MINORUM S. ANTONII AXTERIUM SANCTAEQUE DEI GENITRICIS DELUBRUM DE ARCU OBSCURO FUNDAMENTIS EREXIT ANNO 1797.

Ora l’arco, sotto cui si trova l’oratorio, è stato chiuso al passaggio, sopra di esso si elevano moderne costruzioni; ma la cappella è ancora lì, con il suo massiccio cancello di ferro, inquadrato da un portale di classiche linee.  L’interno è un vano ampio, profondo e disadorno, con la volta a botte e le pareti imbiancate. L’umidità e il tempo hanno ridotto in misero stato. Alle pareti si vedono diverse immagini scolorite di santi e molti ex voto, tra cui una vecchia pistola e una stampella. In fondo è l’altare sormontato da una grande cornice a stucco priva di effige. Nel centro è stato posto un quadruccio con una oleografia della Sacra Famiglia.  E la Sacra Famiglia, appunto, rappresenta l’antica immagine.  Il Pasi narra che ne ha visto una piccola riproduzione, in cui è raffigurata al centro la Vergine seduta col Bambino sulle ginocchia, e S. Giuseppe da un lato in piedi.  La tela era ridotta in misere condizioni, e per non lasciarla completamente distruggere dall’umidità, è stata temporaneamente riposta in una villa dei dintorni, in attesa che la cappella venga restaurata.

Dinanzi all’Arco Oscuro sorge il Museo Nazionale di Villa Giulia nella vecchia Casina di Papa Giulio III.  La sede è in quella tal villa che il Papa si fece costruire nei pressi della Flaminia per soggiorno di riposo: è uno dei più cospicui esempi di architettura cinquecentesca rimasti in Roma. Alla costruzione e alla decorazione del Casino contribuirono artisti insigni quali il Michelangelo, Vasari. Vignola, l’Ammannati, il Baronino, Prospero Fontana, ecc..  Michelangelo vi avrebbe concorso con il consiglio nella concezione del piano della Villa, il Vignola avrebbe costruito il palazzo, l’Ammannati avrebbe costruito la loggia sopra il Ninfeo, al Vasari spetterebbe la bella concezione del Piano del Ninfeo.  A Taddeo Zuccari sono attribuiti gli affreschi delle volte alle due sale terrene, ai lati dell’ingresso. Certo si è che la notorietà della Villa deve essere stata veramente notevole e di essa ampia notizia ne diede Bartolomeo Ammannato architetto fiorentino, in una lettera del 2 maggio 1555, diretta al suo protettore Marco Mantova Bonavides di Padova.  La Villa dopo il 1870 venne occupata da un Deposito del Genio Pontieri e fu poi nel 1887 sgomberata e in essa furono compiute le necessarie riparazioni.

Il Museo si iniziò nel 1889, per iniziativa di Felice Barnabei, con una collezione di antichità falische; le raccolte in seguito si accrebbero e si arricchirono delle collezioni delle terrecotte architettoniche dei templi dell’Agro Falisco, del Lazio, delle antichità dell’Agro Capenate, di antichità prenestine, ecc.  Il Museo è composto di 26 sale, 16 delle quali si trovano nel piano terreno. L’ampliamento del Museo venne portato a termine dopo il 1922: esso consta di 11 grandi sale che formano il braccio attiguo al viale delle Belle Arti.

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Fonti: Guglielmo Cerroni: Roma nei suoi quartieri  e nel suo suburbio – Palombi Editori (1942).

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