Delitto Matteotti

Giacomo Matteotti (Fratta Polesine 1885 – Roma 1924) è stato un politico socialista e antifascista italiano rapito su lungotevere Arnaldo da Brescia all’angolo con via degli Scialoja e poi ucciso da una squadra di fascisti il 10 giugno del 1924.

Giacomo Matteotti è eletto in Parlamento nel 1919. Nel 1922 è espulso dal Partito Socialista Italiano con tutta la corrente riformista legata a Filippo Turati.  I fuoriusciti fondano il nuovo Partito Socialista Unitario di cui Matteotti diviene segretario.

Nel maggio del 1924 Matteotti contesta i risultati delle elezioni appena tenutesi e denuncia una serie di violenze, illegalità e abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere. In quella occasione aveva pronunciato una frase che si sarebbe rivelata profetica: «Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai».  La proposta di Matteotti di far invalidare l’elezione è respinta dalla Camera.  In realtà Matteotti mirava a dare il via dai banchi del parlamento a una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i “collaborazionisti” socialisti.

Il 10 giugno 1924 di pomeriggio, Matteotti esce dalla casa in via Giuseppe Pisanelli, in cui si è trasferito da pochi mesi, per dirigersi a piedi verso Montecitorio. Percorre via degli Scialoja e arriva a lungotevere.  Qui è ferma una Lancia Lambda con a bordo alcuni individui, poi in seguito identificati come membri della polizia politica: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.  Due degli aggressori balzano addosso al parlamentare. Matteotti riesce a divincolarsi buttandone uno a terra ma interviene un terzo che lo stordisce con un pugno.  Gli altri due intervengono per caricarlo sulla macchina che riparte a tutta velocità.
All’interno della vettura scoppia una rissa furibonda, dall’abitacolo della vettura Matteotti riesce a gettare fuori il suo tesserino da parlamentare che è ritrovato presso Ponte Risorgimento.  Non riuscendo a tenerlo fermo, Giuseppe Viola estrae un coltello e colpisce Matteotti sotto l’ascella e al torace Dopo un’agonia di diverse ore Matteotti muore.  I cinque girovagano per la campagna romana, fino a raggiungere verso sera il bosco della Quartarella, nel comune di Riano dove, servendosi di attrezzi di fortuna, seppelliscono il cadavere piegato in due.  Poi ritornano a Roma e lasciano la vettura in un garage privato. Informano degli avvenimenti Filippo Filippelli, direttore del Corriere Italiano proprietario dell’auto, e il quadrunviro Emilio De Bono, capo della Polizia, e si nascondono.

Il giorno dopo, la notizia della scomparsa è sui giornali e iniziano le indagini. Due giorni dopo il rapimento è individuata l’auto. Le prime indagini sono svolte dal procuratore Mauro Del Giudice, intransigente giurista difensore dell’indipendenza della magistratura di fronte al potere esecutivo, con il giudice Umberto Guglielmo Tancredi. In breve, a partire da Dumini, tutti i rapitori sono identificati e arrestati, ma dopo poco, per diretto intervento del Duce, l’incarico viene tolto al giudice e le indagini sono fermate. Il procuratore è allontanato dalla capitale e qualche anno dopo, spinto al pensionamento forzato.

Mussolini impone le dimissioni a i capi della milizia fascista, Cesare Rossi e Aldo Finzi, che erano in stretti rapporti con Dumini. E’ arrestato alche Filippelli e il suo giornale chiuso, dimissionato il capo della polizia Emilio De Bono e il giorno seguente anche Mussolini rinuncia alla guida del ministero degli Interni.

I socialisti unitari vicini a Filippo Turati nel frattempo diramano un comunicato stampa che accusa il governo del rapimento. Ma a Bologna Dino Grandi organizza una imponente adunata in sostegno a Mussolini e il Senato, a larga maggioranza, gli riconferma la fiducia. I parlamentari dell’opposizione si riuniscono in una sala di Montecitorio, oggi nota come sala dell’Aventino, e decidono di abbandonare i lavori parlamentari per costringere il governo a prendere posizione  sul rapimento Matteotti. Il governo, invece, approfittando dell’assenza dell’opposizione, vara nuovi regolamenti restrittivi relativi alla stampa.

Il corpo di Matteotti è ritrovato per caso dal cane di un brigadiere dei Carabinieri in licenza. Mussolini ordina imponenti funerali da tenersi però a Fratta Polesine, città natale di Matteotti, in modo da non dare troppo nell’occhio. La vedova di Matteotti chiede che al funerale non fossero presenti esponenti del PNF e della Milizia. A Roma, è  ucciso un deputato fascista.

Fin dai primissimi momenti del sequestro e, ancor più dopo la scoperta che il rapimento era degenerato in omicidio, presso parte della pubblica opinione si diffonde la convinzione che Mussolini sia il responsabile ultimo dei fatti. Mussolini che, il giorno seguente al discorso del deputato socialista, aveva scritto sul “Popolo d’Italia” che la maggioranza era stata troppo paziente e che la provocazione di Matteotti meritava qualcosa di più concreto di una risposta verbale. Cesare Rossi, inoltre, infuriato per essere stato usato come capro espiatorio, scrive e diffonde un memoriale in cui racconta quali fossero le attività del gruppo di squadristi, a cui veniva affidata l’esecuzione di rappresaglie e di vendette politiche con il bene placido di Mussolini. Ma alcune alte personalità liberali, a partire da Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi e Benedetto Croce, non ritengono che Mussolini sia il mandante dell’omicidio.

Dopo un appassionato discorso di Mussolini in parlamento in cui rigetta le accuse a lui rivolte ma rivendica il “vento nuovo” portato dal movimento fascista, partono delle disposizioni che invitano prefetti e forze di polizia a esercitare la sorveglianza più vigile e chiudere circoli, associazioni, esercizi pubblici che possano costituire pericolo per l’ordine pubblico, autorizzano il fermo temporaneo nei confronti degli oppositori politici e chiedono di reprimere gli abusi della stampa.

L’era fascista è iniziata!

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Monumento a Giacomo Matteotti

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