Liberty e effimero a Roma

La vicenda Liberty a Roma è attraversata, e per certi versi enfatizzata, da un’importante occasione espositiva: la mostra internazionale del 1911, celebrativa del primo cinquantenario dell’unità nazionale. Un’occasione che oggi si classificherebbe nell’ambito dell’effimero, ma che in città lascia anche molte eredità non effimere. In realtà, nel quadri dell’esposizione il tono floreale non è affatto né egemone né prevalente: l’eclettismo storicistico pervaso da un pathos che qualcuno avrebbe poi definito «carducciano», che si ritiene il più appropriato all’occasione celebrativa, fa sicuramente la parte del leone, ma anche il gusto modernista riesce a ricavarsi uno spazio. Lo ha nella grafica delle affissioni (i manifesti dell’esposizione sono affidati a Duilio Cambellotti, Aleardo Terzi, Galileo Chini, Vittorio Grassi) ma pure, nelle architetture temporanee, in quelle permanenti e nelle stesse acquisizioni di opere d’arte effettuate in tale circostanza da istituzioni pubbliche.

Procediamo con ordine: il fulcro della grande mostra consiste nel l’Esposizione regionale ed etnografica a piazza d’Armi (l’attuale quartiere delle Vittorie; il cui nome deriva dall’essere il luogo destinato alle esercitazioni militari alla fine dell’Ottocento). Su un’area che si estendeva dal Tevere a viale Angelico, tutte le regioni italiane hanno eretto un padiglione sotto forma di edificio storico «tipico», accompagnato da alcune ambientazioni pittoresche (ad esempio: nuraghe, gualchiera, gruppo della Barbagia, casa di Fordongianos, una strada di Tempio, capanna di pescatori di Cabras, orto con «noria», casa del Campidano di Cagliari, per la Sardegna), in cui è ambientato il ricco materiale etnografico, raccolto per la circostanza da Lamberto Loria e da altri studiosi, e che avrebbe poi costituito il fondo più prezioso dell’attuale Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari.

In una spina centrale, si situano gli edifici monumentali: l’Ingresso d’onore, il Foro delle regioni, il Lago, il Salone delle feste. Dietro il momento espositivo si colloca naturalmente un più notevole disegno urbanistico: le architetture temporanee (il palazzo del Costume di Piacentini sarà utilizzato come edificio scolastico fino alla costruzione del palazzo della RAI a viale Mazzini) preludono all’urbanizzazione della zona, che sarà stata realizzata di lì a poco su progetto dell’urbanista tedesco Julius Stiibben.

Un altro momento privilegiato della grande mostra è l’Esposizione internazionale di Belle Arti a Valle Giulia: ulteriore zona di Roma in cui, in questo modo, si avviava la sistemazione urbanistica. L’esposizione di Belle Arti si articolava in undici padiglioni nazionali (Stati Uniti, Serbia, Austria, Belgio, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Russia, Ungheria, Spagna). A sottolineare i privilegiati legami economici e culturali dell’Italia col mondo austro-tedesco, la Germania è presente addirittura con un doppio padiglione. E l’Austria – che figura distinta dall’Ungheria sebbene facesse parte della stessa compagine statale – ha affidato l’ideazione del proprio, purtroppo temporaneo, padiglione a uno dei grandi architetti viennesi del tempo: Joseph Hoffmann che, nel suo inconfondibile e raffinatissimo stile improntato a un Secessionismo essenzializzato, realizza un capolavoro.  La sala più scenografica, a emiciclo, dell’edificio di Hoffmann è destinata all’esposizione dei dipinti di Gustav Klimt: tra questi, un’opera memorabile “Le tre età della donna” che sarà acquistata dal governo italiano e destinata alle raccolte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Il cuore dell’esposizione nell’ex vigna Cartoni era tuttavia costituito dal palazzo delle Belle Arti; per la sua progettazione, è bandito nel 1908 un concorso cui partecipano gli architetti Guido Cirilli, Giulio Magni, Marcello Piacentini, Cesare Bazzani e Giovan Battista Milani. Questo concorso, assieme a quello del palazzo del Parlamento, costituisce l’altro grande confronto progettuale della stagione «ufficiale» del Liberty romano.

Tra i progetti partecipanti, di maggior aderenza al gusto floreale e modernista è quello di Giulio Magni; la giuria però  – di cui fanno parte, tra gli altri, Camillo Boito e Guglielmo Calderini, Ettore Ferrari e Cesare Maccari, Giulio Aristide Sartorio e Corrado Ricci -preferisce quello assai più classicista di Cesare Bazzani. Nel dicembre di quello stesso anno, tra le serrate rimostranze di alcuni esperti tra cui Corrado Ricci, è decisa l’acquisizione dell’edificio da parte dello Stato e la sua destinazione a sede della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

In esecuzione del piano regolatore del 1909, tracciato da E. Sanjust di Teulada, onde collegare direttamente le due zone interessate dall’esposizione, piazza d’Armi e vigna Cartoni, è pure realizzato un ponte sul Tevere, l’agilissimo ponte del Risorgimento, che supera con una sola arcata la luce di cento metri.  L’opera fu eseguita in cemento armato, ad arco fortemente ribassato, utilizzando procedimenti tecnici che erano d’avanguardia non soltanto a livello italiano ma internazionale: la ditta costruttrice, la società torinese Porcheddu, agisce in collaborazione con lo studio parigino Hennebique, che aveva ideato e brevettato un sistema di pali da fondazioni in cemento armato compresso.

Alle spalle dell’esposizione di Belle Arti è inoltre realizzato il Giardino zoologico, un’istituzione assai apprezzata dalla mentalità del tempo. Il portale d’accesso, ideato da Armando Brasini, è sormontato da una coppia di leoni in attitudine bellicosa: omaggio all’ingenuo esotismo dell’epoca, alimentato sì da ambizioni di espansione territoriale (il 1911 è anche l’anno della guerra di Libia), ma soprattutto a più innocue e domestiche letture salgariane, care a giovani e meno giovani.

Anche le valenze «progressistiche», di concreto impegno di redenzione sociale, proprie della temperie Liberty, hanno modo di manifestarsi nell’ambito della mostra del 1911; del resto, allorché l’esposizione apre i battenti, l’amministrazione capitolina era quella «laica» e «democratica» della giunta Nathan.  L’occasione di tale presenza è offerta dalla Mostra dell’Agro Romano, che occupa uno spazio contiguo, seppure esterno alla delimitazione ufficiale dell’esposizione, su via Flaminia in prossimità dell’imbocco del ponte del Risorgimento.  La mostra era stata voluta dal Comitato delle Scuole per i Contadini dell’Agro Romano, un’iniziativa umanitaria e anti-ufficiale che si proponeva di affrontare le spaventose condizioni di abbrutimento e di miseria in cui versavano le sventurate popolazioni di contadini dell’Agro romano e pontino, spesso pesantemente afflitto dalla malaria.  Animatori del comitato e della mostra sono alcuni intellettuali: gli scrittori Giovanni Cena, Sibilla Aleramo e Alessandro Marcucci e gli artisti Giacomo Balla e Duilio Cambellotti.  A quest’ultimo in particolare, si deve l’ideazione del fulcro spettacolare della mostra: la Capanna dell’Agro dove, assieme a tante testimonianze storiche e attuali sulle condizioni di vita nella Campagna romana, figurano potenti sculture e xilografie di Cambellotti stesso e dipinti di Balla.

Nell’ambito dell’esposizione del 1911, è pure bandito un concorso nazionale di architettura, relativo a tre tipologie abitative: villini, case d’affitto e case popolari.  Il regolamento prevedeva un premio per ogni tipologia, purché vi avessero partecipato almeno tre concorrenti.  Alle case d’affitto e ai villini fu riservata un’area di circa cinque ettari prospiciente il corso del Tevere, e contigua al ponte del Risorgimento e al quartiere espositivo, delimitata dagli attuali lungotevere delle Armi, viale Mazzini, via Menotti e via Avezzana. Alle case popolari venne invece destinata un’area defilata nel quartiere Trionfale, tra le attuali via Andrea Doria e via Bernardino Telesio.  Nonostante il vasto interesse suscitato dall’iniziativa, la partecipazione non riuscì numerosa, al punto che non furono utilizzati tutti i lotti messi a disposizione.  In tutto furono costruiti dieci villini, tre case d’affitto e tre case popolari.

Nel corso degli anni, parte di tali edifici è stata demolita, a cominciare dal villino progettato da Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi, Filippo Nataletti e presentato dalla rivista La casa, portavoce del gusto modernista, nella persona dell’amministratore Edoardo De Fonseca.  Proprio al villino «La casa» era stato assegnato il premio per la sua categoria.  Dei villini ne sono sopravvissuti cinque: il Villino Avenali (via Montanelli 5); il villino Rossellini (lungotevere delle Armi 24); il villino Rosa (via Nicotera 20) e i due più qualitativamente significativi: il villino Brasini (lungotevere delle Armi 22), progettato da Giuseppe Astorri, e il villino Tamburini-Campos (lungotevere delle Armi 20), progettato da Giovan Battista Milani.

Cospicuo interesse riveste anche una delle due superstiti case d’affitto progettata per conto dell’Istituto Romano di Beni Stabili da Giovan Battista Milani (sorge in viale Mazzini 9-11 e fu ampliato nel 1913 su progetto di Enrico Paniconi).  L’altra, commissionata dalla Cooperativa case e alloggi impiegati, si trova in via Ciro Menotti 36.

Sono sopravvissute anche le tre case popolari al Trionfale: quella in via Andrea Doria 38, in via Savonarola 19-21 e l’isolato compreso tra via Bruno, via Campanella, via Savonarola e via Telesio.

Testo tratto da C.F.Carli, Roma Liberty, 1996, Tascabili Economici Newton

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