Piazza Caprera nel 1933

la scrittrice Paola Masino, compagna di Massimo Bontempelli, così racconta il quartiere di piazza Caprera, dove aveva abitato, fino al 1922, nel suo romanzo “Periferia”, edito da Bompiani nel 1933.

Le sue strade sono file di villini con giardinetti coltivati a ghiaiolina bianca e glicine; di case a cinque piani velate da una leggera tinta uovo sbattuto, di cancelli e porte con targhetta d’ottone brillante, su cui all’infinito si legge Comm. Cav. Rag. Col Gr. Uff. Avv. Ten. S. Ten. Prof. Dott. A fianco alle targhette c’è il campanello di porcellana bianca, o, ai cancelli, la campanella di ferro battuto. Gli abitanti di tali case hanno bisogno di poche botteghe e oneste.

IL CALESSINO DI CARLO CANTONI

Per chi abbia a mente la piazza Caprera di cinquant’anni e più fa, la descrizione vale per certi versi più delle foto d’epoca poste a corredo di questo articolo e che mi sono state messe a disposizione degli amici Massimo e Alba Floquet, che naturalmente ringrazio.
Le foto infatti non fanno vedere, anche per i limiti della tecnologia del tempo, “la tinta uovo sbattuto” né “il campanello di porcellana bianco” e neanche la “ghiaiolina”, che pure l’occhio, fatto avvertito, riesce qua e là a indovinare. Queste stesse foto peraltro dicono qualcosa che la penna pur efficace della Masino tralascia di dire, come il fatto per esempio che la piazza non fosse asfaltata (siamo del resto agli inizi del secolo passato probabilmente alla vigilia della prima guerra mondiale), cosa che giustifica il normale utilizzo del calessino [foto 1] da parte del signor Carlo Cantoni il quale vi abitò con la sua famigliola. Il gruppo di famiglia [foto 2] è carinamente schierato, a fare educatamente mostra di sé, sulla scalinata del villino che affacciava ed affaccia tuttora sulla piazza, sia pure lievemente modificato (sopraelevato per la precisione) rispetto a com’era in origine.

LA FAMIGLIA CANTONI

Ad alcuni di questi personaggi possiamo dare un nome. In alto a destra la figura compassata, per non dire austera, del padrone di casa, il baffuto Carlo Cantoni; uno o due gradini più giù, vestita di scuro sua moglie Ester; appoggiato al pilastro con aria più gioviale e disinvolta il genero Attilio, accanto a quella che allora sembra fosse ancora la sua fidanzata, Ghita Cantoni, figlia di Carlo e di Ester. Più difficile dare un’identità ai due bambini e alla donna che, senza cappellino, emerge alle spalle dei fidanzati e che probabilmente è una tata. Siamo nel 1912 o 1913, quando sono da poco terminati i lavori della piazza, punto in cui allora “moriva” via Alessandria. Più di un secolo fa! Quel vissuto di gozzaniana memoria, dove gli oggetti vintage e di modernariato erano le buone cose di pessimo gusto, non c’è più e non è detto che ciò sia un male. Ma era un vissuto che come tale reclama il suo diritto a riapparire dalle ombre del passato.

Ed ecco [foto 3] il villino con tutte le finestre aperte, nel rispetto di norme igieniche per cui in certe ore del giorno la casa andava arieggiata e dentro qualcuno diligentemente sbatteva cuscini e materassi e la padrona di casa si dava da fare a controllare che nella dispensa non scarseggiassero i generi di prima necessità.
Se le targhette sono sparite (ma non siamo andati a controllare portone per portone), qualche cancello è ancora rimasto e i giardinetti e il colore uovo battuto sono tuttora visibili.

IL VILLINO

Ma poi anche gli spazi urbani hanno la loro storia. Spariscono i lumi a gas, le strade vengono asfaltate e risuonano di voci e rumori diversi.
Eppure per lungo tempo le vie attorno a piazza Caprera si sono avvantaggiate di una situazione che ha protetto la stessa piazza da un traffico invasivo, facendone uno scenario particolarmente adatto alle riprese cinematografiche. Si sceglievano angoli della città non invasi da auto in sosta, volendo molto spesso il regista raccontare un passato fatto di carrozzelle o di auto d’epoca, con lo strillone che vendeva l’edizione straordinaria di un qualche giornale. E si andava a girare nella bella stagione la mattina presto, ovvero di notte con i riflettori che fingevano il chiarore dell’alba o la luce diffusa del tramonto. Fino a qualche decennio fa era infatti possibile trovare qualche angolo di una piazza in quelle ore semideserta, come piazza Caprera, e disporvi oggetti simbolo d’un’epoca trascorsa e che l’aiuto-regista aveva impiegato tempo e sforzi per ritrovare. Erano carrettini di mercato, organini manovrati a manovella, biciclette un po’ sgangherate che facevano colore.

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