Durante i giochi

Durante i giochi olimpici del 1960, l’intero Villaggio Olimpico, appena costruito, è recintato con una rete metallica lunga più di quattro chilometri in cui si aprono ventisette ingressi. Lo spazio del Villaggio, concepito libero ed aperto dai progettisti, è ingabbiato per poter lasciare agli atleti la libertà di allenarsi e trascorrere il tempo libero.

Alle costruzioni permanenti sono aggiunte altre provvisorie accoglienza e informazioni, ufficio postale e banca all’ingresso di viale Tiziano. Ambulatorio, sale riunioni e cinema sono innalzati negli spazi ai lati del viadotto. Ci sono anche dieci ristoranti in cui, con gioia di tutti, trionfa la cucina italiana ma in cui operano a richiesta anche cuochi di diverse culture gastronomiche. Poi sale da ballo negozi, caffè e tutti gli spazi comuni, specialmente quelli all’ombra sotto le abitazioni vista la stagione sono trasformati in salotti all’aperto attrezzati con sdraio e poltrone prese dagli alloggi soprastanti. All’ingresso di alcuni alloggi è possibile acquistare cose che alcuni atleti si sono portati dal loro paese per rimediare i soldi da spendere a Roma.

Gli atleti sono affascinati da questa antica città e il viaggio a Roma assume quasi per tutti il sapore della vacanza. Le delegazioni di Birmania e Romania arrivano due mesi prima e via via arrivano le altre. Quelle di Roma infatti sono Olimpiadi affollate: i tedeschi hanno la squadra più numerosa, trecentoventi atleti, e il Suriname la più piccola, un solo atleta, passato poi alla storia per aver disertato l’unica gara a cui è iscritto. Non aveva sentito la sveglia, come lui stesso ammise.

L’attuale denominazione delle vie è un ricordo della localizzazione delle diverse delegazioni.

Le donne avevano abitazioni separate, negli edifici più grandi verso viale Tiziano per proteggerle sia dalle avance sia dei colleghi atleti che dei romani, notoriamente specializzati nel “rimorchio”. Ma episodi divertenti non mancano. Passando per il viadotto corso Francia la sera, è facile dover rallentare a causa di una colonna di auto ferme sulla destra. Negli alloggi olimpici non ci sono tende e i romani dopo approfonditi studi sanno benissimo dove sono alloggiate le atlete più belle da osservare con il binocolo in deshabillè, quando vanno a letto. In città, oltre ai tempi delle prestazioni sportive, circolano le misure del corpo delle atlete e si dice che un’australiana fumi il sigaro.

Ogni squadra impone agli atleti regole nel vestiario. Alle squadre femminili di nuoto è vietato di gareggiare in bikini. Gli americani vietano alle loro ragazze di indossare i bermuda. Anche il vestiario e quindi l’immagine sono una cosa importante in tempi di guerra fredda in cui nessun atleta può fraternizzare liberamente con un altro di un’altra nazione non amica, pena l’aspro rimprovero da parte dei propri responsabili e il rientro a casa anticipato. Ma la tregua olimpica regge e non ci sono episodi notevoli da raccontare. Papa Giovanni XXIII, appositamente tornato da Castel Gandolfo, pronuncia un discorso di augurio e benedizione in latino. Il messaggio fu tradotto in quattordici lingue e la tregua politica divenne anche religiosa.

Il giorno dell’inaugurazione, gli atleti vanno a piedi nello Stadio Olimpico. Arriva il fuoco sacro proveniente da Olimpia, l’ultimo tedoforo è un ragazzo italiano vincitore dei campionati studenteschi di corsa campestre della Provincia di Roma. Sale le gradinate e arriva al grande braciere olimpico (alimentato a gas) ma il grande fuoco si accende un ‘attimo prima che appoggiasse la torcia al braciere. Un errore dell’addetto che comandava la manopola del gas e un segno della grande eccitazione che percorreva tutti i romani in quel momento.

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Villaggio Olimpico

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