Quartiere Salario 1942

Dal libro di Cerroni, Roma nei suoi quartieri  e nel suo suburbio. Palombi Editori. 1942.

Confini del quartiere Salario (ndr nel 1942): piazza Fiume, Mura urbane, piazzale di Porta Pia, via Nomentanaviale Regina Margherita, via Salaria.

Aree del quariere: Salario propriamente detto (divagazione sulla storia del Campidoglio), Piazza Fiume, Mura di Belisario, Villa Albani, Zona di piazza Principe di Napoli.   

Torna alla memoria l’accorata esclamazione di Domenico Gnoli: “fu una triste primavera quella in cui le elci antiche, piene di nidi, caddero sotto i colpi della scure, in quella mania di distruzione che prese Roma tra l’80 e il ’90”. Forse oggi si trova questa esclamazione del poeta un po’ esagerata un po’ come la nostalgia di Stendhal che s’ispirava ai boschi che contornavano le torri e le mura di Belisario. Ma se la scure non avesse ferito quei tronchi oggi il quartiere Salario non esisterebbe. Potrebbe – è vero – esistere una delle più grandi zone verdi che si abbiano al mondo poiché se si fossero abbattuti i confini tra l’una e l’altra proprietà, oggi si avrebbe un parco che s’inizia da Villa Medici che, senza soluzione di continuità, si allaccia all’antica grandiosa Villa Ludovisi di cui è rimasta una piccolissima porzione, e il verde e le aiuole continuerebbero ancora a fondersi con quelle di Villa Umberto, l’ex Villa Borghese, e infine a penetrare nella Villa Albani tra la via Salaria e il viale Regina Margherita.

Anche D’Annunzio levò la sua voce contro l’invasione edilizia dei terreni consacrati a ville e a parchi. Ricordate nelle “Vergini delle Rocce” l’amara invettiva di Gabriele D’Annunzio? “I lauri e i roseti di Villa Sciarra, per così lungo ordine di notti lodati dagli usignoli, cadevano recisi o rimanevano umiliati fra i cancelli dei piccoli giardini contigui alle villette dei droghieri. I giganteschi cipressi ludovisi, quelli dell’Aurora, quelli medesimi i quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul capo olimpico di Goethe, giacevano atterrati (mi stanno sempre nella memoria come i miei occhi li videro in un pomeriggio di novembre), atterrati e allineati l’uno accanto all’altro, con tutte le radici scoperte che fumigavano verso il cielo impallidito, con tutte le negre radici scoperte che parevano tenere ancor prigione entro l’enorme intrico il fantasma di una vita ultrapossente. E d’intorno, su i prati signorili dove nella primavera anteriore le violette erano apparse per l’ultima volta più numerose dei fili d’erba, biancheggiavano cumuli di mattoni, stridevano ruote di carri carichi di pietre, si alternavamo le chiamate dei mastri e i gridi carrettieri, cresceva rapidamente l’opera brutale che doveva occupare i luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno. Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strappare quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia. Perfino su i bossi della Villa Albanì, che eran parsi immortali come le cariatidi e le erme, pendeva la minaccia dei barbari … “.

Ma se volete opporre all’amara invettiva dei Poeta il pacato ragionamento dell’obbiettività, non sarà difficile rassegnarsi al compiuto, chè la forza maggiore del continuo aumento demografico, dell’espandersi irresistibile dell’Urbe, non eran elementi che potevano risparmiare dolore alla poesia, ma dovevano piuttosto donare case al popolo. Vista alla luminosa realtà d’oggi il ricordo di ieri appare men doloroso anche all’anima di coloro che col Poeta hanno sofferto per il taglio crudele di tante ville gentilizie.

Ma si capirà anche benissimo che altre zone offrivano la stessa straordinaria possibilità d’esser dedicate a vastissimi, incomparabili giardini: prendete. ad esempio. quella del Quirinale. Il giardino del Quirinale, con quella vastissimo dei Barberini, veniva, volendo. ad unirsi a Villa Ludovisi e dall’altra parte con quello dei Massimo oltre Via Nazionale. Ma può essere una città come Roma esclusivamente un giardino? D’altro canto in questa zona che avvolge piazza Fiume oltre e dentro le Mura di Belisario, non vi è via che non sia alberata. non v’è strada che non abbia il conforto gentile del verde, dei fiori, delle aiuole.

Divagazione sulla storia del Campidoglio 1942

Piazza Fiume 1942

Villa Albani 1942

E ora le cifre di questa zona: non sono enormi poiché in definitiva il quartiere preso a sé non è molto vasto. Tuttavia in questi confini vivono 25.268 anime: di cui 10.982 maschi e 14.286 femmine. L’andamento demografico mensile dà in media 50 nati, sei dei quali in famiglie con più di due figli. Non sono molto numerose, invece, le famiglie con più di cinque figli La distribuzione stradale offre i seguenti dati: piazzali 1, piazze 3; vie 27; in complesso una rete di 31 strade e piazze.

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Protetto: Divagazione sul parco del Campidoglio 1942

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Protetto: Villa Albani 1942

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Pagine allo stesso livello:

Pagina al livello superiore: Cerroni, Roma nei suoi quartieri

Altre pagine correlate:

Fonti: Cerroni, Roma nei suoi quartieri  e nel suo suburbio Palombi Editori 1942.

In rete:

Bibliografia essenziale:

  • GABRIELE D'ANNUNZIO: Le Vergini delle Rocce. Libreria di Stato, 1939
  • GUSTAVO BRIGANTE COLONNA: Porporati ed artisti nella Roma del 700. Dott. G. Bardi editore, 1932
  • GOVERNATORATO DI ROMA: Piano Regolatore di Roma, 1931
  • G. C.: Il più grande parco del mondo, Il Messaggero, 1° marzo 1940
  • G. C.: Il Gruppo e F. G. Florio. Il Messaggero», 21 settembre 1936
  • FERDINANDO GREGOROVIUS: Storia della città di Roma nel medio-evo, Libro II
  • FEDERICO MASTRIGLI: XXIII rioni dela Roma Mussoliniana. Ed. ll Lavoro Fascista, 1938
  • PROCOPIO: De bello gothico, I, 18
  • PIETRO MALLIO: Historia Bas. S. Petri, C. VII
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