Villa Ludovisi

Villa Ludovisi si estendeva dentro le Mura Aureliane da Porta Salaria a Porta Pinciana, dove ora sono il Rione Sallustiano e il rione Ludovisi.

All’interno delle Mura Aureliane che intravediamo correndo nei viadotto di corso d’Italia, c’era un giardino magico e incantato: un meraviglioso giardino che è stato distrutto a fine Ottocento per dare spazio alla speculazione edilizia romana, il giardino di Villa Ludovisi.

Villa Ludovisi si trovava all’interno delle mura  su un pendio di oltre 30 ettari che, utilizzando la cinta muraria come se fosse il proprio muro di cinta, digradava fino ai confini dei conventi di Sant’Isidoro e dei Cappuccini. Praticamente occupava tutto il quartiere che oggi si articola intorno a via Veneto.

La villa era stata costituita tra il 1621 ed il 1625 da  Ludovico Ludovisi (1595–1632), appena nominato Cardinal-nepote dallo zio Gregorio XV (1554–1623), acquistando la Vigna Del Nero.  Nella villa la residenza era il cinquecentesco Casino Del Monte (detto in seguito casino dell’Aurora), dal nome del vecchio proprietario, il cardinale Francesco Del Monte, che lo aveva acquistato nel 1595.

Anno dopo anno, il Cardinale aveva ampliato la sua villa acquistando la proprietà Orsini con il Palazzo Grande (nel 1622), e poi aggiungendo le Vigne Cavalcanti, Altieri e Capponi.  A quel punto il Cardinale chiamò il Guercino per fargli affrescare il Casino con la celebre Aurora.

Più tardi  fu fatto restaurare dal Domenichino il Palazzo Grande come residenza principale e infine, per “sistemare” il parco giunse nientemeno che l’architetto francese André Le Notre, quello che aveva realizzato i giardini di Versailles per il Re di Francia. Ma non bastava, il Cardinale arricchì gli interni degli edifici ed i viali del parco con una ricca raccolta di dipinti e statue, acquistando le collezioni d’arte dei Cesi, dei Cesarini, dei Pio da Carpi, degli Orsini, dei Soderini e degli Altemps. Fu così che il Cardinal Padrone aveva creato quella meraviglia del Seicento che fu Villa Ludovisi. La raccolta del Cardinale arrivò a comprendere più di 450 sculture e la sua leggendaria fama attirò visitatori e artisti come Goethe e Schiller, che poeticamente descrissero le suggestioni ispirate sia dalla bellezza dei giardini sia dai marmi antichi.

Poi però, intorno al 1665, Don Giovanni Battista I (1647–1699), principe regnante di Piombino e dell’Isola d’Elba e figlio del fratello del Cardinale, diede inizio alla dispersione di marmi e dipinti: nel 1670 arrivò anche a vendere la villa ai Rospigliosi, ma successivamente la famiglia riuscì a riscattarla con la vendita di alcuni terreni.

I primi anni del XIX secolo videro l’abbandono della villa, che fu di nuovo abitata dopo il 1815, anno in cui Principe Don Luigi Maria Boncompagni-Ludovisi (1767 – 1841) acquistò anche le confinanti proprietà Belloni e Borioni. L’impianto originale del giardino, concepito da Le Notre, caratterizzato da viali che lo percorrevano in senso ortogonale, era rimasto, ma il complesso era sostanzialmente abbandonato. I viaggiatori continuavano ad aggirarsi in quel bosco incantato. Il figlio e nipote dei celebri autori di fiabe per ragazzi, i Fratelli Grimm, Hermann Grimm, scrittore e storico anche lui, nel 1886 scriveva  “…io credo che se si fosse domandato quale era il più bel giardino del mondo, coloro che conoscevano Roma avrebbero risposto senza esitare: Villa Ludovisi…”.

Il più “bel giardino del mondo”, ricordato da tanti scrittori e poeti, da Henry James a Nicolaj Gogol, inizia ad essere lottizzato nel 1883, alla morte di Don Antonio III Boncompagni-Ludovisi (1808–1883) dai suoi due figli Rodolfo e Ignazio. Dei 247.000 metri quadrati ben 240.000 vennero venduti alla Generale Immobiliare, costituita in maggioranza da capitali provenienti da ambienti cattolici. La speculazione edilizia trovò appoggio nel 1880 nell’Unione Romana, che rappresentava gli interessi del Vaticano e che riuscì a ottenere il controllo dell’Amministrazione Capitolina nel momento in cui il Parlamento votava gli stanziamenti per le costruzioni edilizie a Roma.

A nulla valsero le proteste dei giornali,  le lettere inviate dagli intellettuali del tempo. L’ampliamento della città sulla villa Ludovisi non era neanche contemplato dai piani regolatori del 1873 e del 1883, ma nel 1886 il Consiglio Comunale deliberò che l’apertura delle vie Veneto e Boncompagni rispondeva a interessi di pubblica utilità. La destinazione delle nuove abitazioni di questo quartiere interessavano l’alta borghesia, e questo determinò la presenza di palazzine di soli tre o quattro piani circondate di verde.

La maggior parte degli edifici costruiti nel rione Ludovisi sono datati tra il 1888 e il 1889 e spiccano per ricercatezza architettonica: il villino Folchi di Giovan Battista Giovenale, del 1895, che riecheggia la decorazione settecentesca e il villino Florio di Ernesto Basile, del 1902, esempio precoce di citazioni medievaleggianti.

Le vie odierne ripercorrono ancora, con sufficiente approssimazione, gli antichi viali: al centro correva la “strada Ursina”, corrispondente alle attuali via degli Artisti e via Liguria, la “strada ferrea” attraversava invece la proprietà trasversalmente e corrisponde all’attuale via di Sant’Isidoro, mentre altri accessi corrispondevano alle attuali via Cadore ed alla gradinata che scende verso via Vittorio Veneto.

Ebbene, quando, procedendo nel distruggere il parco, i picconi raggiunsero i viali dove al tempo di Roma Imperiale sorgevano gli Horti Sallustiani, nei pressi dei resti del tempio di Venere Ericina, vale a dire quasi all’incrocio tra le moderne via Sicilia e via Lucania, venne ritrovato un trittico marmoreo databile al 460-450 a.C. con una misteriosa simbologia. Questa opera, priva di riferimenti simili, ha una forma inconsueta e non permette di stabilire con certezza la sua forma originaria e dunque la sua funzione. Alcuni pensarono facesse parte del trono di una statua colossale forse proprio della Venere Ericina e per questo fu chiamata “Trono Ludovisi”. I bassorilievi che lo adornano raffigurano una giovane che viene immersa o forse sollevata da un bagno lustrale, potrebbe essere anche Afrodite che sorge dal mare mentre sui fianchi del trono, si ammirano una giovane donna ammantata e un’etera nuda che suona un flauto.

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