Villa Strohl Fern di Antonello Trombadori

Questo articolo di Antonello Trombadori su Villa Strohl Fern, pubblicato per la prima volta nella Strenna dei Romanisti il 21 aprile 1982 ,  non ha perso a distanza di tanti anni il suo valore informativo.

Sei anni fa un prestigioso giornalista che era corrispondente romano di «Le Monde», Jacques Nobercourt, cosí scriveva sul quotidiano di Parigi: «Supponiamo che il governo italiano si trovi ad essere proprietario del Palazzo del Lussemburgo e della Via Tournon, e di una metà del Bois de Boulogne, lasciatigli in eredità da cittadini italiani. Che cosa non sentiremmo a Parigi? Eppure questa è la situazione della Francia a Roma. La Francia è proprietaria della Scalinata di Trinità dei Monti, della Chiesa, della Villa Medici e di una parte della Villa Borghese denominata Villa Strohl Fern (ndr che Villa Strohl Fern sia parte di Villa Borghese è un’affermazione errata, e solo adiacente al grande parco). Quale che sia il valore giuridico dei diritti di proprietà francesi riconosciuti dal Consiglio di Stato italiano, l’anacronismo di questo stato di cose è per lo meno paradossale. E l’interesse politico non esigerebbe di deliberarne la fine?».

Oggetto del mio scritto non è la riapertura di tutta la questione delle proprietà francesi in Roma cosí ben trattata (ma sepolta nell’oblio) nel volume di C.A. Ferrari «I viventi diritti dell’Italia a Palazzo Farnese, alla Scalinata e alla Trinità de’ Monti in Roma» (1956). Qui si vuol toccare soltanto un punto che è trattato con una sola inesattezza nell’intervento di Jacques Nobercourt, il punto della Villa Strohl Fern.

Aveva girato mezzo mondo costui, letterato, musicista, pittore, scultore, poeta, benché non ancora quarantenne (era nato nel 1847 a Sainte-Marie-aux-Mines, Dipartimento dell’Alto Reno). E, certamente già sazio della relativa angustia e limitatezza del mondo esterno, a Roma si fermó e non se ne mosse piú fino alla morte avvenuta nel 1926, per scrutare le profondità del mondo interno suo proprio. Egli è sepolto al cimitero acattolico presso la Piramide di Caio Cestio.

Essa non è mai stata «una parte della Villa Borghese» ma è, sí, una proprietà francese che corrisponde al vasto comprensorio boschivo e prativo confinante con la linea terminale della Villa Borghese dal Propileo di sinistra fino alla Scalinata su Valle Giulia e sviluppantesi, da un lato, lungo tutta la Valle Giulia fino alla Villa Poniatowskij (un percorso che si chiamò Via delle Capre e Via dell’Arco Oscuro) e, dall’altro, lungo tutta la Via Flaminia fino ancora alla Villa Poniatowskij a partire dalla punta di Via di Villa Ruffo n. 31 (già Piazzale Flaminio n. 24). Questa splendida e varia estensione di verde (27 «pezze» ovvero circa 80.000 mq.) che prima del 1870 ebbe diversi proprietari fu acquistata nel 1879 dal cittadino francese di lingua tedesca, perché alsaziano, Alfred Wilhelm Strohl. Aggiunse al suo casato l’aggettivo fern: «lontano». E sempre si è detto che egli in tal modo volle alludere alla sua lontananza dal natio borgo dopo la vittoria prussiana di Sedan. Ma io, man mano che riesco ad afferrare qualche brillio della sua dimenticata persona, penso che egli volle anche dire Alfred Wilhelm Strohl «lontano dal mondo».

La Villa, la cui altitudine è pari a quella del Pincio, è stata recentemente identificata con quello che nella storia della difesa della Repubblica Romana del 49 ricorre come il Monte Pariolo. Le artiglierie francesi distrussero un Casino di campagna opera del Valadier che si levava quasi sulla sua sommità (cfr. F. Lucchini e R. Pallavicini: «La Villa Poniatowskij e la via Flaminia» con presentazione di V. De Feo, Roma, Edizioni Kappa, 1981). Sul perimetro di quel Casino Strohl-fern costruì la sua dimora. La disegnò egli stesso. Non se ne conosce la data, come nulla si conosce dei tempi di attuazione di tutto il restante straordinario accomodamento, sia botanico che edilizio, della Villa. L’intero archivio di Strohl-fern, come Ia gran parte delle sue carte e delle sue opere di pittura e scultura sono andati smarriti. Per incuria, per ignoranza, per ingratitudine.

Edward Burnes Jones: La leggenda della rosa selvatica

I segni della dimora di Strohl-fern, mezzo neogotica, mezzo romantica, richiamano quelli altrettanto misteriosi del famoso dipinto «L’Isola dei Morti» di Arnold Boecklin, la cui prima versione è del 1880. Ma a cavallo del 70 Boecklin era già stato a Roma. Fu lui a indirizzare Strohl nella città eterna? Non è possibile dimostrarlo ma è legittimo e bello pensarlo. Della Villa Strohl-fern come «Isola dei morti» scrisse per primo su «Paese sera», avendone avuta felice intuizione, Gianni Rodari autore di uno dei piú belli articoli fra i tanti che a difesa del parco furono pubblicati dalla grande stampa italiana dal 1957 in poi. Perché? Perché, in effetti, anche a guardarla Ia Villa, nel suo profilo forestale, avviluppata in quel cupo verde, si presenta con quei connotati. E poi perché Ia Villa, prima di essere ridotta all’attuale stato di insulto e di abbandono, era strutturata quasi come uno straordinario labirinto.

Al centro, la dimora del proprietario formava una sorta di «città proibita» con tutt’intorno un’alta recinzione che chi scrive ricorda ancora rasentata al galoppo lungo tutto il grande rettangolo, da due giganteschi cani pastori alsaziani abbaianti.Dentro quella recinzione, dove si accedeva da tre cancelli di ferro con al centro il simbolo di Strohl-fern – un aspide con il cartiglio «éclair ne broye» (fulmine non fulmini), era un favoloso giardino. Di alberi d’alto fusto dalla quercia ai platano, alla magnolia gigante; dal cipresso, all’ontano, al cedro del Libano; dall’alloro, alla palma, al bambú. Di questi un bosco è ancora esistente. Di fiori d’ogni tipo: dalla dalia alla zinnia. E soprattutto Ie rose: «canine» molte, quelle della «Leggenda» dipinta da Burnes Jones, ma «di razza» la maggior parte e fiorenti nelle varie stagioni con vario colore dai rosai ricurvati a cèntina del vialetto ora ridotto alla larva di se stesso sotto il bombardamento delle pallonate degli allievi del Liceo francese Chateaubriand. Di questo diró poi.

Fontane vi erano nella «città proibita» costruite con finti stalattiti a somiglianza di grotte naturali. E grandi serbatoi d’acqua in cemento a forma di cilindro per innaffiare doviziosamente anche il frutteto di peri e meli e cotogni e peschi, e l’orto o grand potager per dirla alla francese. E un deposito d’acqua corrente, a forma di piscina, popolato di pesci rossi e rane e raganelle.Del viale con il «tunnel delle rose» c’è un dipinto del pittore Umberto Moggioli che fu uno della Scuola di Burano con Semeghini e Gino Rossi e Casorati negli anni 10, e che a Villa Strohl-fern morí colpito dall’epidemia di febbre «spagnola» nel 1919. Nello studio di Moggioli subentró mio Padre, il pittore Francesco Trombadori. Infatti in tre distinte zone del parco, oltre che nel complesso centrale sito nel cosiddetto Viale Grande e prospiciente sulla Via Flaminia con una sorta di belvedere che s’apre verso Monte Mario e San Pietro, Strohl-fern aveva fatto costruire un centinaio di studi d’artista a lucernario. Questo fu uno dei suoi atti di mecenatismo muto, burbero, ma del tutto generoso per il bassissimo canone che egli ne richiese. Al fondo dei viali erano statue romane emerse da sottostanti grotte e resti archeologici tuttora inesplorati. Sul punto piú alto, giungendovi attraverso distese di fieno e di erba medica e boschetti di alloro e cipressi, era la pineta: una delle piú belle e monumentali di Roma. Era! Nel 1957 i proprietari ne hanno fatto morire una parte considerevole per attrezzarvi un campo da tennis. E tuttavia, in altri punti della Villa, permangono pencolanti i fusti altissimi senza piú vita di pini secolari.

Al declinare del colle prendeva inizio, confinando con il territonio della Villa Poniatowskij ma con netta impronta strohl­ferniana fino a comprendere ii viale che termina al portale cinquecentesco a specchio nella Villa di Papa Giulio, un’altra «città proibita». Quest’area, oggi interamente distrutta, era occupata da un laghetto artificiale navigabile con chiatte a remi anch’esse chissà perché di cemento. E vi era un ponticello. E oltre il ponticello si giungeva a una casa sospesa su un cavalcavia. Un altro studio completamente isolato che c’è ancora. Forse Strohl­fern vi si appartó egli stesso dopo aver remato come un Ludwig fantasioso e crucciato.

Certo è che nel 1904 vi abitó per alcun tempo Rainer Maria Rilke e di lí scrisse lettere tremanti a Lou Shalome.Rainer Maria Rilke nello studio di Villa Strohl-fern nel 1904 “Ora io sono, cara Lou (traggo la traduzione dal testo di Muzio Mazzocchi Alemanni per ii Catalogo della mostra «Francesco Trombadori, paesaggi romani» – Palazzo Braschi 1979), nel mio piccolo padiglione del parco… e fuori, dove c’era tanta pioggia, è un pomeriggio di primavera, tanto in equilibrio si tiene il leggero, agile vento che le foglie secondano, le splendide foglie dell’alloro e l’indistinto fogliame del querceto, cosi fiduciose sono le piccole, rossicce gemme sugli alberi che hanno appena perso le foglie e cosí forte il profumo che emana dal campo di narcisi di un grigioverde chiaro nel!a mia quieta valletta del giardino che un vecchio arco di ponte sovrasta meditabondo. Ho spazzato via dalla terrazza il pesante residuo della pioggia e ho raccolto in un angolo Ie foglie secche delle querce; ció ml ha riscaldato ed ora, dopo questo lavoro manuale, il sangue mi pulsa come in un albero. E per Ia primissima volta mi sento un pó libero, e felice – come se tu potessi entrare da me all’improvviso. (…) Le notti sono ancora appena fresche e Ia loro voce è l’ininterrotto gracidio delle rane. Le civette gridano raramente e I’usignolo non ha ancora cominciato. (…) Ma c’è un albero nel parco che potrebbe innalzarsi anche in un chiostro toscano: un alto, antico cipresso completamente circondato, completamente avvolto dai rami di un glicine che dappertutto fino alla cima fanno salire e ricadere i grappoli celeste-viola, che si staccano dallo scuro albero. E questo è gioia”.

Questi i colori, questi i suoni della Villa proseguiti quasi intatti fino al 1957. Carlo Levi, vi ascoltó (Bruno Barilli ne aveva già riferito nel «Sorcio nel violino») «ruggiti di leoni nella notte», provenienti dal non lontano Zoo, come dice il Sonetto dell’ «Orologio», un libro anch’esso scritto a Villa Strohl-fern. E dappoiché lo scultore tedesco Emil Fuchs nella Villa abitó dal 1880 al 1884 e vi dipinse Barbara Leoni, che con lui coabitava, perché non citare, dalle «Elegie Romane» il D’Annunzio della medesima Barbara (o Elvira Maria Fraternali in Leoni)? “Il mormorio de’ fonti, il sussurro de’ rami, il sommesso fremito delle belve mescesi alle parole”.

Renato Brozzi, orafo di D’Annunzio, nell’abitazione di Villa Strohl-fern (oggi distrutta) negli anni ’50 Eccoli gli abitatori della Villa quando Ia Villa era la Villa, i «revenants» che io so o ricordo (o incontro qua!i care ombre notturne), a cominciare dal piú !ontano, dopo il Fuchs e Barbara Leoni. Il grande pittore russo Michail Alexandrovich Wrubel’ (nel 1891 una sua sorella scriveva: «Miscia è a Roma e sta bene. Dice che ha uno studio e che l’indirizzo è Villa Strohl-fern fori Porta Popolo »; un altro famoso pittore russo, autore d’uno smarrito ritratto di Strohl-fern, Ilija Riepin (1844-1930); Enrique Serra (1860-1918); Edoardo Gioia (1862-1937); Umberto Moggioli (1886.1919); Renato Brozzi (1870-1963), il «Mastro Paragon Coppella» di D’Annunzio; Giuseppe Lallich (1875-1947); Arturo Martini (1889-1947) (2).

Celebre rimase il processo raccontato da Antonio Baldini in «Amici aIlo spiedo» per l’occupazione forzosa di uno studio per il grande scultore da parte di Spadini, de Chirico, mio padre e altri nel 1922. Amedeo Bocchi (1883-1975); Nino Bertoletti (1880-1966); Cipriano Efisio Oppo (1891-1962); Nicola D’Antino (1880-1966); Carlo Socrate (1888-1970); Ercole Drei (1886-1973); Attilio Selva (1888-1970); Attilio Torresini (1886-1970); Francesco Di Cocco; Luigi Surdi; Anzilotto Modotto; Wanda e Alfredo Biagini; la scultrice russa Lidia Trenin Franchetti; Francesco Coccia. Marcello Avenali vi si è spento qualche mese fa. Ho già detto di Carlo Levi che vi giunse negli anni ’50. Nel 1961 vi è morto mio Padre. Sono tutti nomi piú o meno rintracciabili nella storia dell’arte moderna italiana. Ora vi sono Giuseppe Ciotti, Eugenio De Courten, Lorenzo Guerrini e il pianista Roberto Pacella. Fino al 1927 vi è stato Virgilio Guidi e fino a venti anni fa Gisberto Ceracchini. Ma v’abitarono anche dei non pittori o scultori: Anton Giulio Bragaglia; la giornalista tedesca Marianna Bezzi; Bruno Barilli con le tre ballerine Sorelle Braun. E Ornella Puliti Santoliquido. E tra i visitatori: nel 1921 le passeggiate post-prandium di Francesco Saverio Nitti; e fra il 20 e il 30 le a!legre incursioni di Roberto Longhi e Aldo Briganti. E tra i cospiratori: negli anni dopo la marcia su Roma i dirigenti della Federazione comunista romana che si riunivano, nella casa che era stata di Rilke, presso lo scultore austriaco Brand; nel 1941 io medesimo che vi fui arrestato dalla Squadra Politica della Questura di Roma; e nel 1944 mio padre che fu portato via dai torturatori della Pensione Jaccanino poiché non trovarono me.

Carlo Levi nello studio (ora distrutto) di Villa Strohl-fern nel 1958 (a destra i ritratti di Anna Magnani e Silvana Mangano)

Dal 1957, malgrado che precisi atti dello Stato italiano lo proibiscano (dal Piano Regolatore alla legge 1089) la Villa Strohl-fern, che nel 1926 fu lasciata dal proprietario in eredità allo Stato francese («per opere francesi di utilità pubblica, a condizione che siano conservate le mie opere di pittura e scultura, che siano pubblicati i miei manoscritti di prosa e poesia, che sia conservato l’aspetto paesaggistico della villa e siano rispettate le antiche alberature» è stata invasa dalla popolazione (circa mille allievi) del Liceo Chateaubriand. Ne sono conseguiti Ia violenta manomissione dell’aspetto paesaggistico, l’abusiva costruzione mediante scasso profondo di padiglioni, caseggiati, attrezzature e campi sportivi, il massacro degli antichi studi a Iucernario, l’annullamento di ogni seria cura e rnanutenzione, Ia morte di alberi monumentali, la trasformazione in parcheggio.

Nessuna amministrazione capitolina è stata in grado di opporsi o almeno di frenare questo massacro. Né Ia Soprintendenza ai Monumenti di Roma e del Lazio si è mai avvalsa dei suoi poteri-doveri. Da ultimo il Sindaco Argan ha persino autonizzato, col beneplacito del Soprintendente Di Geso, l’installazione di una ramificata rete fognante che ha prodotto danni ulterioni alle radici arboree e potrebbe presumere – cosa fatta capo ha – a una piú integrale urbanizzazione. Eppure nel 1970 la stessa Soprintendenza ai Monumenti del Lazio cosí si era espressa: «In esito al progetto relativo alla sede del Liceo Chateaubriand da erigersi all’interno della Villa Strohi-fern questa Soprintendenza, per quanto di sua competenza, esprime parere contrario in quanto esso, oltre a non rispettare le norme del P.R.G. vigente risulterebbe di grave nocumento al parco circostante».

E nel 1971 il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici respingendo ogni richiesta di variante al PRG incalzava: «Occorre, infine rilevare, come il complesso di Villa Strohl-fern, specie in tempi piú recenti, abbia subIto sensibili manomissioni nella sua originaria consistenza a causa di alcune costruzioni il cui carattere precario non sminuisce certo il fatto che esse, allo stato rappresentano una sensibile degenerazione del compendio della Villa e una disattesa delle norme del vigente Piano Regolatore; eppertanto occorrerà che dette costruzioni siano al piú presto eliminate».

Parole al vento. E non riferisco testualmente le pressioni di alcuni Ministri degli Esteri sul Comune e sul loro collega ai Lavori Pubblici affinché quel vento fosse proprio il medesimo che ha continuato a imperversare fino ad oggi. Del resto l’Amrninistrazione capitolina non aveva rispettato nemmeno se stessa eludendo interamente la Mozione approvata nd 1964 dal Consiglio Contunale, con 50 voti a favore e 12 astensioni, che impegnava la Giunta «a far ripristinare la situazione originale nelle zone di paesaggio già deturpate» e ad altre precise iniziative di salvaguardia.

Carlo Levi nello studio (ora distrutto) di Villa Strohl-fern nel 1958 (a destra i ritratti di Anna Magnani e Silvana Mangano)

Fra tutti gli Ambasciatori di Francia il solo a rendersi disponibile per una corretta e civile soluzione del problerna è stato negli anni 70 il signor Burin des Roziers. E, a onor del vero, il Sindaco Darida lo assecondó. Si trattó addirittura di trasferire all’Italia la proprietà della Villa mediante una permuta che avesse consentito la costruzione di una moderna sede al Liceo Chateaubriand in altra idonea area urbana. Le incredibili lentezze burocratiche fecero passare tanto tempo che il Consiglio di Stato francese si rifiutó a ogni rinunzia di proprietà. Il comportamento dei successori di Bunin de Roziers è stato quello sopra descritto.

Il 12 agosto del 1976 il neoeletto Sindaco Argan riceveva il seguente telegramma: «Esprimendoti solidali auspici di buon lavoro segnaliamoti annosa questione Villa Strohl-fern pregandoti voler assumere definitive difese storico parco da gravi deformazioni sua destinazione d’uso stop occorre avviare diversa positiva soluzione interessi Liceo Chateaubriand in spirito amicizia cultura francese stop ». Seguivano le firme: Alberto Moravia, Federico Fellini, Francesco Rosi, Renato Guttuso, Pietro Davack, Fede!e D’Amico, Franco Riganti, Antonello Trombadori. La risposta nei fatti.
Tempo fa Leonardo Sciascia, invitato a un incontro romano promosso da Madame Giscard D’Estaing per erigere in Rorna un monumento a Stendhal, propose di dedicare all’autore di «Lucien Leuwen» un monumento vivente installando nella Villa Strohl-fern un centro internazionale di studi stendhaliani e un museo intitolato a « Stendhal in Italia». Di utilizzare, cioè, Ia Villa Strohl-fern per «un’opera francese di pubblica utilità» consana e compatibile con la sua natura e le sue tradizioni.

Parole al vento anche queste. Sempre il medesimo vento. Che ii nuovo Ambasciatore di Francia Gilles Martinet e Ia sua gentile consorte, Madame Buozzi Martinet, vogliano far voltare la banderuola che sta sul «castello» di Alfred Guillaume Strohl-fern nella giusta direzione, anche con l’aiuto, che già non manca, come non mancó quello del compianto Sindaco Petroselli, del Sindaco Vetere?

Del resto che la Francia sappia meglio di ogni altro, se vuole, tenere un parco romano in modo degno dei diritti della bellezza e della storia, basta andare a Villa Medici per constatarlo. E per fare i piú amari confronti con la Villa Strohl-fern che da quell’illustre spazio d’arte e di libertà che fu, sta diventando, a causa degli inconsapevoli schiamazzi di circa mille allievi, un pezzo di storia definitivamente morto.

Note

  1. All’atto deIl’aggressione dell’Italia alla Francia nel 1940, prima di lasciare la Villa (che, fino al 1944, passó in proprietà al Governatorato di Roma e aperta al pubblico), l’allora Amministratore, il corso Fieschi, Cancelliere d’Ambasciata, vendette tutto a dei rigattieri. Oltre alle opere di Alfred Strohl, al prezioso mobilio, agli antichi strumenti musicali, andarono cosí dispersi due acquarelli di Cezanne, il ritratto di Riepin e l’automobile del 1905.
  2. Arturo Martini ebbe qualche anno dopo stabile dimora nella Villa introdottovi dallo scultore pittore americano di origine baltica Maurice Sterne (1878-?) che lo ebbe come aiuto per il «Monumento al Pioniere» eseguito per una città degli Stati Uniti. Lo Sterne e Martini lavorarono anche in Anticoli Corrado. A Villa Strohl-fern Martini eseguí la famosa «Donna al sole» (1928) esposta alla Quadriennale del 31. Dalla viva testimonianza del pittore Giuseppe Ciotti apprendo che Martini lavoró in quel caso su una forma calcata al vivo dal corpo di una splendida modella anticolana «a costo di titaniche fatiche». Lo Sterne generalmente considerato solo un «negriero» di Martini fu artista fine come dimostra Ia scultura «Awakrenina» esposta alla Biennale Romana del 1925 e come documenta Ia monografia di Italo Tavolato nelle rigorose edizioni dei «Valori Plastici».

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Fonti: articolo di Antonello Trombadori

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