Giardino di Villa Strohl Fern

Nei grandi lavori che Alfred Strohl fa per realizzare la sua residenza, oltre a ricostruire il casino nobile in stile neo-medievale e realizzare nella proprietà numerose piccole costruzioni per ospitare abitazioni e studi di artisti, definisce l’assetto viario e risistema completamente il parco in stile inglese, con opere di rimboschimento e piantando diversi alberi esotici e piante da fiore allora introvabili a Roma. Inoltre lo anima con percorsi, giochi d’acqua e ninfei di pietra lavorati a rustico, trasforma in stile neo-medioevale anche gli edifici preesistenti e realizza un laghetto nella parte prospiciente Villa Giulia. Adiacente alla dimora realizza un suggestivo bosco artificiale costituito da alberi in cemento di cui sopravvivono pochi brandelli.  

E tutto questo è fatto per il suo piacere, visto che trascorreva nella proprietà quasi tutto il suo tempo, e per facilitare l’ispirazione dei suoi ospiti artisti.

Al centro, la dimora del proprietario formava una sorta di ‘città proibita‘ con tutt’intorno un’alta recinzione rasentata al galoppo, lungo tutto il grande rettangolo, da due giganteschi cani pastori alsaziani abbaianti. Dentro quella recinzione, dove si accedeva da tre cancelli di ferro con al centro il simbolo di Strohl-fern – un aspide con il cartiglio “éclair ne broye” (fulmine non fulmini), era un favoloso giardino. Alberi di cemento, fontane adorne di stalattiti, vasche con pesci, finte grone accanto ad altre vere, ponticelli coperti che scavalcavano i naturali dislivelli del terreno e un lago artificiale diviso in due da un ponte, immerso in una vegetazione nordica a settentrione e tropicale a mezzogiorno, con sulla riva una barca di cemento, chiamata Paris, arredavano il parco.

Di alberi d’alto fusto dalla quercia al platano, alla magnolia gigante; dal cipresso, all’ontano, al cedro del Libano; dall’alloro, alla palma, al bambù. Di questi un bosco è ancora esistente. Di fiori d’ogni tipo: dalla dalia alla zinnia. E soprattutto le rose: «canine», quelle della «Leggenda» dipinta dal pittore preraffaellita inglese Burnes Jones, molte ma “di razza” e fiorenti nelle varie stagioni con vario colore dai rosai che ombreggiavano il vialetto (ora ridotto male sotto il bombardamento delle pallonate degli studenti). C’era anche il frutteto di peri e meli e cotogni e peschi, e l’orto o grand potager per dirla alla francese.

Nel parco erano stati costruiti grandi serbatoi d’acqua cilindrici in cemento per innaffiare e un deposito d’acqua corrente, a forma di piscina, popolato di pesci rossi e rane e raganelle. II sottosuolo della Villa è un intricato e poco esplorato labirinto di cunicoli, caverne e grotte naturali che, dopo il 25 luglio 1943, ospitarono molti soldati italiani. In questa «città proibita» vi erano fontane con finti stalattiti a somiglianza di grotte naturali.

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Fonti:

In rete:

Bibliografia essenziale:

 

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