Scuola Romana

La Scuola Romana non è uno stile né una tendenza, non presenta cioè aperture politiche, si configura piuttosto come una corrente di pittori  che, nel mondo schizoide fra le due guerre, si articola con una serie successiva di ondate che, sempre uguali a sé stesse, variano proprio in forza del loro accavallamento.

Si dice “Scuola Romana”, ma gli artisti raggruppati sono molto diversi e danno forma cioè a una corrente aperta e non un gruppo affiatato.

Prologo. 1920: nasce una sorta di “realismo magico” dal comandamento del metafisico, “Pictor classicus sum”.  E i pittori sono: V. Guidi (1891-1984) e Carlo Socrate (1889-1967), R. Melli (1885-1958) e Francesco Trombadori (1886-1961), Donghi (1897-1963) e Francalancia (1886-1965), Ferrazzi (1891-1978) (in incubazione: Capogrossi (1900-1972) e Cavalli (1904-1981), Scipione (1904-1933) e Mafai (1902-1965), Alberto Ziveri (1908-  ) e Pirandello (1899-1975).  Compagni di strada: Roberto Longhi (1890-1970) e Bontempelli (1878-1960), Antongiulio Bragaglia (1890-1960), Mario Broglio (1891-1948) e Franz Roh.

I atto. 1928-30: il tempo espressionista della “Scuola di via Cavour”.
II atto. 1931-38: il tempo del tonalismo e di operazioni bifronti.
III atto. 1937-43: il tempo dell’angoscia e dell’approdo a un realismo inquieto.
Epilogo. Così vanno due decenni di pittura mentre accanto scorre una storia che i pittori vorrebbero rimuovere

Prima Scuola Romana 1920-28
Prologo. 1920: nasce una sorta di “realismo magico” dal comandamento del metafisico, “Pictor classicus sum”.
Realismo magico: 1919 G. De Chirico espone da Bragaglia “Le muse inquietanti” del 1918 che presenta gli elementi portanti dello stile metafisico, a cominciare dall’inquietante atmosfera di non-senso in cui realtà presenti e passate convivono con la fantasia in uno scenario enigmatico. L’invito che sottende le sue tele metafisiche è quello di andare oltre l’aspetto fenomenico delle forme, poiché il mondo apparente è solo una finestra verso una realtà che ci sfugge e nulla è come appare. Una realtà che soprattutto all’indomani della guerra, ha svelato tutta la fragilità umana, l’inconsistenza e l’inadeguatezza dell’arte.

In un quadro più vasto del cosiddetto “ritorno all’ordine”, cioè del convergere delle ricerche della pittura italiana degli anni Venti e Trenta, dai tentativi retorici, e di regime di riallacciarsi a una ipotetica e astratta “tradizione italiana”, alla più moderna presa di coscienza del grande rinnovamento artistico europeo del cinquantennio precedente, a Roma all’ombra di Roberto Longhi, si parlava, fra artisti, non di “Tradizione”, ma di Caravaggio, di Courbet, di Cézanne, di pittura “di valori”, di pittura tonale, di “qualità” e così via: e sempre nel segno della pura visibilità. Si parlava insomma di una qualità specifica della pittura, di una liricità non umanistica, non psicologica, non di contenuti.
L’artista doveva essere critico e storico dell’arte per conferire al proprio fare una “qualità” e un preciso consapevole indirizzo. Conoscere le proprie origini artistiche (sul passato) per meglio conoscersi.
Erano gli anni più vivi del caffè Aragno, gli anni cioè di quella che si chiama oggi la “prima scuola romana”, vale a dire il momento più felice di Carlo Socrate, di Francesco Trombadori, di Antonio Donghi, di Riccardo Francalancia, di Gisberto Ceracchini, di Amerigo Bartoli, del primo Guidi, e anche di Melli e di Janni.

A Roma i pittori pensano a un’idea di purezza, unita alle certezze del museo. Programma chiaro e distinto, precisione stilistica, solidità del mestiere pittorico. I protagonisti: Virgilio Guidi, maestro del colore-luce del riscoperto Piero della Francesca; Carlo Socrate, incerto tra Caravaggio e i veneziani; Riccardo Francalancia, foltamente naif; Antonio Donghi, accanito ricercatore della magìa che è all’interno della realtà; Francesco Trombadori, purista in chiave di pittura olandese, e poi Ferruccio Ferrazzi, Edita Broglio, Cipriano E. Oppo , Francesco di Cocco, Gisberto Ceracchni, Gregorio Sciltian. Tutti pittori appoggiati, non a caso, da Roberto Longhi, e cioè teorici del reale ma anche della sua trasfigurazione (una sorta di sirena, composta da Caravaggio e Piero). E’ la base dalla quale nascono l’irrealismo di contenuto (gli espressionisti Scipione, Mafai) e il formalismo pittorico (la ricerca del tono che caratterizza gli anni trenta).

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