Capanne di Nino Talacchi

Lungo il tratto del Tevere a monte dei canottieri Aniene e  del circolo Tevere-Remo sorgeva, precario, lo stabilimento bagni di Nino Talacchi che si chiamava genericamente Capanne.   

La capanna era un recinto nell’acqua vicino alla riva, costruita con pali di legno infissi nel fondo e pareti costituite da larghe stuoie, una specie di vasca immersa nelle acque poco profonde del fiume dove si faceva il bagno. Gli inesperti bagnanti facevano lì dentro i loro bagni nel fiume.

Alcune capanne erano scoperte alcune coperte e il loro scopo delle capanne era duplice: evitare ai bagnanti seminudi di farsi vedere in quelle condizioni e, nello stesso tempo, evitare di essere trascinati via dalla corrente del fiume.

Di capanne ce n’erano di diversi tipi, più o meno grandi. Cesare Pascarella, in un suo scritto a fine Ottocento cosi le descrive: “Le capanne si dividono in due parti. La prima formata da un largo recinto di stuoie, libera a tutti, viene chiamata superbamente il capannone; la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il modesto nome di capannelle“.

A Roma le capanne esistevano da secoli Nella raccolta di versi di Vincenzo Macchini, il Mercurio di fiume, che è un’arguta e pittoresca rievocazione di fatti più o meno storici e più o meno veri, si legge: “Donna Olimpia Panphili, s’era fatta un piccolo burlotto a Ripagranne pe prenne er bagno senza le mutanne e apposta la pijavano pe matta!”. Nel Seicento il burlotto, nell’Ottocento le capanne ma i bagni e Tevere, iniziati dei nostri lontani antenati forse ancor prima dei tempi di Enea, si son sempre fatti con grande godimento del corpo e dello spirito.

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