Villa Ada da metà Settecento al 1869

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Dopo il 1750 lungo l’asse della via Salaria sorgono tre proprietà in successione: vigna Saliceti, vigna Calzamiglia e vigna Capocaccia. La prima che si incontra venendo dalla città è la vigna di monsignor Natale Saliceti con un “casino nobile a due piani sulla strada. Il casino nobile di vigna Saliceti è l’attuale Villa Elena, in via Salaria 263. Subito dopo è la vigna di proprietà, dal 1750, dell’avvocato Domenico Calzamiglia con un casino nobile che è diventato l’attuale Casino Pallavicini. Nel 1783 la vigna Calzamiglia è acquistata da Marino Torlonia e due anni dopo, alla sua morte, è venduta al principe Pallavicini. La vigna Capocaccia si estende lungo la via Salaria tra la vigna Calzamiglia e il vicolo della Noce; il casino nobile della vigna è l’attuale Casina del Guardiano, tra l’Ingresso monumentale di Villa Ada e la chiesetta del Divino Amore.

Tutte e tre queste vigne sono acquistate nella seconda metà del Settecento dal principe Luigi Pallavicini che avvia, sin dal 1785, consistenti lavori di recupero degli edifici preesistenti, la progettazione di nuovi e un generale riassetto del verde, con l’evidente scopo di uniformare e aggregare i nuclei originari. Nasce così Villa Pallavicini.

Nella mappa del Catasto Gregoriano del 1819 appare chiaramente delineata la disposizione dei viali, degli edifici e dei Giardini di Villa Pallavicini, con un casino ad uso di villeggiatura”, corrispondente al preesistente casino di vigna Calzamiglia, ancora oggi esistente e abitato dagli eredi Savoia (il Casino Pallavicini o Villa Maria), e tre case di delizia, tra le quali il citato casino di vigna Saliceti. A queste si associavano “un bosco misto di delizia” e numerose altre “case ad uso di villa”.

Per un decennio mancano notizie sui lavori. Siamo nel periodo dell’occupazione napoleonica che non permette alla nobiltà romana di occuparsi di dispendiose fabbriche o di luoghi di svago e la Villa, sebbene appena sistemata, si avvia verso la decadenza. Nel 1804 Luigi Pallavicini la cede in affitto a Monsignor Stanislao Sanseverino, con un accordo per un successivo acquisto.

Dalla vicenda sorgono numerose controversie legali, durate almeno fino al 1819, che portarono a perizie del complesso che hanno fornito una preziosa documentazione sulla consistenza del parco e dei fabbricati: vi sono citati il Casino Saliceti, ancor oggi visibile lungo la Via Salaria, il monumentale accesso con accanto la portineria, più all’interno il Casino Pallavicini con la doppia rampa di scale, altri casini minori, il Tempio, con lo stazzo sottostante, il “paretaio”, una torretta oggi non più esistente, una “piazza della cavallerizza” da identificarsi con il “rondò” che si scorge nelle piante coeve. Tutte le Fabbriche vengono descritte come bisognose di molti “risarcimenti ” il muro di citata risulta in parte “puntellato e ceduto da cadere”: anche il terreno non si presentava buone condizioni, “in gran parte sterile e deserto nel quale si era fatta in parte la piantagione di un boschetto all’inglese poi abbandonata …”.

In una delle perizie Pallavicini Sanseverino di inizio Ottocento è menzionato anche “una piccola raccolta antiquaria nel Casale del Guardiano. Altri pezzi antichi erano sparsi senza un particolare criterio all’interno della proprietà e tra questi anche “una rocchia di colonna di travertino” presso uno dei cancelli della villa, conferma dell’assetto e delle fabbriche citate da Bettini.

Già nel 1826 il principe Luigi pubblica un bando pubblico di vendita, evidentemente infruttuoso, in quanto alla sua morte, nel 1835, la Villa viene ancora enumerata tra i suoi possedimenti. Nella Pianta del Censo del 1839, invece, e nella pianta di von Moltke del 1845-52, buona parte della tenuta già Pallavicini figura come proprietà dei Potenziani, potente famiglia di origine reatina.

Ludovico Potenziani, nato nel 1783, aveva sposato a Roma Angelica Saliceti, figlia dello statista Antonio Cristoforo e discendente degli antichi proprietari di vigna Saliceti una delle proprietà acquistate dai Pallavicini, ed è lei che spinge il marito di acquistare la villa fuori Porta Salaria.

Ludovico, in occasione del matrimonio, ottiene dal padre Antonio “metà della quota disponibile del patrimonio”, che gli consente una proficua attività “nel campo dell’agricoltura”, fondando una tradizione che sarà rinnovata, un secolo dopo, dall’omonimo pronipote, governatore di Roma e ultimo “principe di San Mauro”.

I Potenziani quindi non introducono nella villa innovazioni di rilievo ma ne privilegiano l’aspetto prettamente agricolo-produttivo, anche se in quegli anni sono realizzati vialetti e aiuole dal tracciato irregolare.

Il potere e la ricchezza del marchese Ludovico e il prestigio di tutti i componenti della famiglia hanno un notevole incremento con la sua elezione nel 1835 a governatore della Banca Romana. Nel 1872 Giovanni Antonio Gabrinski Potenziani, subito dopo il matrimonio con la principessa Maria Spada Veralli, vende la villa fuori Porta Salaria a re Vittorio Emanuele II di Savoia, per la somma di 26.000 lire, diventa, di lì a breve, Senatore del Regno e ottiene in seguito il titolo di principe.

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