Spiagge al Flaminio

Lungo la riva sinistra tra ponte Milvio e Ponte Risorgimento, lungo l’attuale Lungotevere Flaminio, da sempre si è estesa una lingua di sabbia fluviale che costituiva l’arenile più bello di tutto il Tevere nella zona di Roma.

Nei secoli, la gioventù romana ha sempre mostrato una spiccata tendenza a immergersi nelle acque. Con la caduta dell’impero, le terme vanno in disfacimento e con il Rinascimento, in una città ormai povera d’acqua, l’antica passione per i bagni risorge e prende piede nei secoli successivi. Ma il progressivo tramutarsi estivo delle rive tiberine in una vera e propria stazione balneare è ritenuto dalle autorità ecclesiastiche pericoloso e impudico e fioccano editti papali con tanto di ammende e pene severe pero i trasgressori.

Comunque, nel secolare duello fra monsignori e fiumaroli, ha finito per aver partita vinta il buonsenso, tant’è vero che sotto papa Gregorio XVI (1831-1846) è riconosciuto il diritto al bagno a fiume, pur nelle dovute modalità. Il governo di papa Pio IX, affinchè i romani potessero giovarsi dei bagni del Tevere, salve la sicurezza personale e la pubblica decenza, emanava nel 1855 un’ordinanza più conciliante e permissiva dei precedenti editti. A partire da allora, alle porte dell’estate, ogni anno è affissa agli ingressi delle capanne balneari un’ordinanza che proibiva la balneazione al di fuori delle capanne negli appositi stabilimenti. A dispetto dei divieti, tuttavia, i romani, soprattutto i più giovani, non rinunciano al richiamo del fiume, incuranti dei regolamenti e delle eventuali sanzioni.

A inizio Novecento le spiagge iniziano dall’Albero Bello (lungotevere Flaminio), dove arrivano i Muraglioni del Tevere ancora in costruzione, fino ai Sassi di San Giuliano (Villa Glori) e un nome che ancora aleggia nei ricordi dei vecchi del Tevere è la spiaggia dei Polverini. E’ sulla riva sinistra, dopo Ponte Milvio, ed è caratterizzata da una spiaggia di sabbia bianca e finissima.

La spiaggia dei Polverini inizia ad essere frequentata dai romani nel 1895, quando i cantieri dei Muraglioni del Tevere stanno distruggendo tutte le spiagge che esistevano a Roma (basti pensare alla mitica Renella giù a Trastevere), e vive fino agli anni Trenta, quando concessioni date dal demanio a iniziative pubbliche e private occupano stabilmente le rive e sfrattano fiumaroli e bagnanti.

Altre spiagge tiberine sono allora molto frequentate, soprattutto dai più giovani: Albero Bello, poco prima dell’attuale Ponte Risorgimento, la Spiaggia Severino, a poco meno di trecento metri più a nord davanti all’attuale largo Antonio Sarti, l’Isola del Zibibbo, vicino all’attuale Ponte Duca d’Aosta. Sia Polverini che Severino e Zibibbo sono nomi di vecchi fiumaroli che si adattano in quegli anni a trasformarsi in gestori di stabilimenti balneari. E’ una stagione in cui, in piena sintonia con la storia profonda della città,  i romani fanno, seppur in “periferia”, quello che hanno sempre fatto dalla notte dei tempi: fare il bagno a fiume.

Per tutti gli appassionati del fiume un anno brutto fu il 1932, quando a tutti è intimato di andarsene per far posto a una colonia estiva fascista. Sia i fiumaroli che i loro clienti con qualche soldo in tasca si spostano sui barconi dei dopolavoro e dei circoli, altri frequentano la chiatta de Er Ciriola di Castello, ancorata dopo Ponte Sant’Angelo di un pescatore di anguille che cerca di sostituire nel cuore dei romani la spiaggia dei Polverini.

Risalendo la riva sinistra del fiume, le spiagge continuano nel quartiere Parioli. Tra tutte si ricorda quella di Giggetto il pescatore che, dopo l’ultima guerra apre l’omonimo ristorante.

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