“Caduti alle Fosse Ardeatine del Municipio II” di Armando Bussi

È il 10 dicembre 1943.  Sono due mesi esatti che il Generale Giorgio Calvi di Bergolo – comandante di una Divisione dell’Esercito schierata a presidio della città di Roma, nonché genero del Re Vittorio Emanuele III – mentre i tedeschi sconfiggevano gli italiani a Porta San Paolo, ha fatto firmare la resa che ha loro consegnato l’Urbe.  Molti suoi commilitoni però non si sono però arresi.   

Uno di essi è Genserico Fontana, Tenente dei Carabinieri, che quella mattina saluta la moglie Rina ed esce dalla sua casa in via Antonio Bosio 2 (nel quartiere Nomentano); un altro è il Brigadiere Candido Manca, che contemporaneamente lascia la propria famiglia nella loro abitazione in via Chiana 35 (nel quartiere Trieste).  Entrambi militano nel Fronte Clandestino di Resistenza Carabinieri, che organizza bande partigiane, formate appunto da Carabinieri sbandati.  Manca è anche il tesoriere dell’organizzazione, anche qui, infatti, occorrono finanziamenti.  I due si incontrano e si recano in via della Mercede 42, nello studio di un industriale che dovrebbe sovvenzionarli.  Lì vengono sorpresi e arrestati dalle Schutz-Staffeln naziste (SS); finiscono nella sede di tale polizia, in via Tasso 145 e 155, e poi sono portati in via della Lungara 29 nel carcere di Regina Coeli, al terzo braccio che è controllato direttamente dai germanici.  I familiari fanno di tutto per aiutarli: quelli di Manca si vendono vari beni per pagare alcune persone che ne promettono la liberazione (si riveleranno truffatori).  La moglie di Fontana prova direttamente, il 25 febbraio, a corrompere con dei gioielli un sottufficiale tedesco; col risultato che viene arrestata e portata anche lei nel carcere romano, da cui uscirà l’8 aprile (quando la sorte del marito, come vedremo, si è compiuta da due settimane).

Passa un mese e mezzo, è il 24 gennaio 1944.  Nicola Ugo Stame ha già abbandonato da qualche giorno la sua residenza in via dei Volsci 101 (nel quartiere Tiburtino); è infatti ricercato, essendo un militante del movimento comunista detto Bandiera Rossa.  È anche un apprezzato tenore ma fin dall’agosto del 1939, per il suo dichiarato antifascismo, era stato allontanato dal Teatro dell’Opera, dove stava provando la Turandot.  Non potendo più lavorare, per sbarcare il lunario si era adattato a cantare negli ospedali per i ricoverati.  Quel giorno si reca con altri compagni in una latteria di via S. Andrea delle Fratte, dove sono sorpresi dalle SS (informate da un delatore); cerca di fuggire arrivando fino a piazza Mignanelli dove viene catturato dopo una violenta colluttazione e portato prima a via Tasso e poi al terzo braccio di Regina Coeli, dove sarà presto ben conosciuto da tutti: ogni pomeriggio infatti intona una canzone, e la sua voce risuona in tutte le celle.

Il giorno dopo, 25 gennaio, tocca a Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, uno dei più giovani Colonnelli dell’Esercito, fedelissimo al Re e al suo Governo, con cui ha collaborato dalla caduta di Mussolini, nel luglio del ‘43.  Pochi giorni dopo la firma della resa di Roma, era sfuggito per un pelo all’arresto del Generale Calvi di Bergolo e dei suoi collaboratori, scappando da un’uscita secondaria del Ministero della Guerra in via XX settembre.  Lasciata la sua abitazione in via Giambattista Vico 31 (nel quartiere Flaminio), era passato in clandestinità, organizzando la lotta dei militari monarchici raccolti nel Fronte Militare Clandestino della Resistenza. È in contatto sia con gli Alleati, cui fornisce informazioni operative, sia coi partiti antifascisti, raccolti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, coi quali collabora organizzando attentati alle linee di comunicazione utilizzate dai tedeschi fuori Roma.  Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo è sorpreso, in via Tacchini 7 (nel quartiere Pinciano), mentre esce da una riunione tenuta in casa di un diplomatico suo compagno di lotta, e portato a via Tasso, dove sarà detenuto (e torturato) per due mesi.

   Giovedì 28 gennaio, Carlo Avolio esce dall’appartamento in corso Trieste 104 (nel quartiere Trieste) in cui vive con moglie e figli, e va in via Sforza 10, sede della ditta di import-export, dove lavora.  È un Ufficiale di Fanteria, ora nella riserva; combattendo durante la prima guerra mondiale era stato gravemente ferito e aveva subito ben quattordici interventi chirurgici, restando privo di un occhio e due costole.  Ma ciò non gli impedisce di partecipare attivamente alla Resistenza, in una banda legata al Partito d’Azione.  Una delazione lo tradisce e viene arrestato da SS e fascisti sul luogo di lavoro.  Finisce anche lui in via Tasso, poi al terzo braccio di Regina Coeli.

Pochi giorni dopo, il 6 febbraio, tocca a Umberto Grani, ufficiale dell’Aeronautica, combattente pluridecorato in entrambi i conflitti mondiali, che abita in via Monfalcone 1 (nel quartiere Trieste)), a due passi da casa di Carlo Avolio.  Dopo l’8 settembre, aveva fra l’altro costituito la formazione partigiana “Gruppo Ferrovieri”, collegata al Partito d’Azione e composta da altri militari e civili (donne comprese) di diversa estrazione e fede politica, dove militano anche comunisti e socialisti.  Con questa formazione, Umberto organizza attività di resistenza ai nazifascisti come sabotaggi, in impianti ferroviari e altri luoghi, e fughe di prigionieri.  Quel giorno, rientra a casa per vedere i familiari ma l’ennesimo delatore l’ha denunciato: viene sorpreso, arrestato e portato prima a via Tasso, poi a Regina Coeli al solito terzo braccio.  Il Gruppo Ferrovieri continuerà comunque le proprie azioni, con la fattiva collaborazione anche della moglie di Grani, Adelaide.

Rimanendo nel quartiere Trieste, a piazza Ledro 7, in un palazzo dell’INCIS, abitano, al secondo e terzo piano, Luigi Pierantoni, Tenente Medico della Croce Rossa, e Raffaele Zicconi, impiegato alle Poste.  Oltre che vicini, i due sono anche amici e combattono insieme nelle file del Partito d’Azione.  Per l’8 febbraio hanno in programma un attentato per far saltare dei pali telefonici, ma pure loro sono segnalati da un delatore.  Il giorno prima Luigi va, come sempre, a lavorare in un ospedale da campo a Tor Fiorenza, mentre Raffaele, che aveva inizialmente nascosto una famiglia di ebrei nella cantina dello stabile, si trova con loro in un altro appartamento, dove lui si era trasferito per non mettere in pericolo i familiari.  I due amici vengono contemporaneamente sorpresi, arrestati e portati nella sede delle SS.  Dopo le torture sono trasferiti al solito braccio di Regina Coeli. Lì Pierantoni continua a prestare la sua opera di medico nell’infermeria del carcere, mentre Zicconi è preoccupato avendo saputo di strani dolori allo stomaco accusati dalla moglie.  Non saprà mai che la donna è incinta di una bambina.

È una giornata piovosa il 1° marzo, quando Pilo Albertelli esce da casa, in via Sambucuccio d’Alando 19/a (nel quartiere Nomentano).  Professore di storia e filosofia, ha insegnato soprattutto nel Liceo sito vicino alla Basilica di Santa Maria Maggiore, chiamato allora “Umberto I” (dopo la guerra sarà intitolato a lui).  Pilo è capo del Comitato Militare del Partito d’Azione e arriva a mezzogiorno a piazza San Bernardo, dove, alla fermata dell’autobus, ha appuntamento con quello che crede un compagno.  Costui gli si avvicina e lo prende sottobraccio; segnale convenuto per la squadra speciale della Questura repubblichina guidata da un ex granatiere, Pietro Koch (che prima della guerra, alla stessa Questura, era già noto ma … per i suoi precedenti come truffatore).  Albertelli viene preso e portato nella sede della squadra speciale, in via Principe Amedeo 2, dove sarà torturato a lungo, poi inviato a Regina Coeli.

Il giorno dopo il suo principale collaboratore fra gli “azionisti”, il ferroviere Armando Bussi, viene a sapere della cattura; capisce che se sono arrivati ad Albertelli anche lui è bruciato, e si chiude in casa a riflettere.  Abita coi suoi in un appartamento al primo piano del palazzo costruito una ventina d’anni prima in via Savoia 72 (nel Quartiere Salario) da una cooperativa edilizia finanziata appunto dalle FS.  Da una parte – pensa il Bussi – dovrebbe darsi alla macchia; dall’altra teme che, se non lo trovano in casa, se la prendano coi familiari, specie due dei figli, anch’essi coinvolti nella Resistenza; così decide di restare e va a dormire.  Alle due di notte del 3 marzo Koch arriva e se lo porta via, per fargli fare la stessa trafila: torture a via Principe Amedeo, poi Regina Coeli, settimo braccio.

Arriviamo infine ad uno stabile in via Adige 43 (nel Quartiere Trieste) dove abita coi genitori e la sorella il più giovane fra i personaggi qui ricordati, Giuseppe Lo Presti, romano di famiglia calabrese, ventiquattrenne dottore in Giurisprudenza e attivo capo zona del Partito Socialista.  Il giorno 13 sta passando insieme a un compagno, tale Possamani, per piazza Indipendenza, quando vengono sorpresi dai tedeschi, che li portano in via Tasso.  Torturato a lungo, apre bocca solo per assicurare che l’amico arrestato con lui non c’entra niente, è un collega d’Università incontrato casualmente; e riesce a convincerli, perché il Possamani si salva.

Undici storie.  Per ora limitiamoci a queste, in cui gli arrestati hanno tre cose in comune; la prima è che le loro residenze sono – come detto – nei Quartieri oggi raccolti nel Municipio II; vediamo ora le altre due.

Nel pomeriggio del 23 marzo, dieci giorni dopo l’ultimo degli arresti citati, un attentato partigiano uccide 33 militari tedeschi che passavano, armati fino ai denti, per via Rasella.  Il giorno dopo scatta la rappresaglia nazista: le SS portano 335 ostaggi in una vecchia cava di pozzolana fuori città (poi denominata, dalla strada in cui si trova, Fosse Ardeatine) e li ammazzano.  La mattina del 25, un comunicato tedesco, pubblicato sul Messaggero, informa i romani che c’è stato l’attentato, che per ognuno dei caduti germanici si è disposto di uccidere dieci italiani e “l’ordine è già stato eseguito”; fra tali vittime – accumunati quindi anche da questa triste fine – gli undici italiani di cui abbiamo appena parlato.

Un anno dopo, il 24 marzo 1945, viene inaugurata una targa marmorea in memoria di Armando Bussi.  Non sarà l’unica a ricordarlo, con altri Caduti; ma questa è dedicata espressamente a lui e collocata nell’androne del palazzo di via Savoia 72 dove aveva abitato.  Analogamente per gli altri dieci: le lapidi che ne conserveranno la memoria – a Roma e altrove, da soli o con altri – sono parecchie; ma ciascuno di loro – e questo è il terzo elemento che condividono – ne avrà una, a lui solo dedicata, nella casa dove risiedeva al momento dell’arresto, in genere sulla parete esterna. Ne verranno quindi collocate, nel dopoguerra: a via Antonio Bosio 42 per Genserico Fontana; a corso Trieste 104 per Carlo Avolio; a via Giambattista Vico 31 per Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo; a via dei Volsci 101 per Nicola Stame; a via Monfalcone 1 per Umberto Grani.

C’è poi quella di via Adige 43, per Giuseppe Lo Presti, la cui storia è curiosa.  Il giovane aveva vissuto per anni a Palmi (in provincia di Reggio Calabria), da cui proveniva la sua famiglia; nel palazzo municipale della cittadina calabrese, come in tutti i Comuni italiani, il 18 novembre 1936 era stata murata, in attuazione di una circolare del Gran Consiglio del Fascismo del novembre 1935, “una pietra ricordo dell’assedio economico” (cioè delle sanzioni deliberate dalla Società delle Nazioni per l’occupazione italiana dell’Abissinia). Poi tali iscrizioni furono tutte rimosse; ma quella di Palmi venne mandata a Roma dove – debitamente … rivoltata – è divenuta, con una sorta di contrappasso, la targa commemorativa del Martire antifascista.

Abbiamo quindi la targa in via Chiana 35 (Candido Manca) l’unica, oltre a quella del Bussi, che non è su strada ma dentro l’ingresso del fabbricato, comunque chiaramente visibile pure da fuori.

È invece nel cortile esterno del palazzo di via Sambucuccio d’Alando 19/a quella per Pilo Albertelli.  Per lui possiamo aggiungerne un’altra, che lo ricorda insieme ad altri due professori Caduti (Canalis e Gesmundo); è infatti anch’essa nel quartiere Trieste, nell’Aula Magna del Liceo Classico Giulio Cesare, in corso Trieste 48.

Ci stanno infine le lapidi a piazza Ledro 7, per Luigi Pierantoni e Raffaele Zicconi.  Non sono più quelle originali che nel 2011, deteriorate dal tempo e da atti di vandalismo, vennero sostituite da altre due identiche alle precedenti ma collocate, per meglio garantirne l’integrità, non più ad altezza d’uomo ma un po’ più in alto.  Pierantoni è ricordato anche lì di fronte, in una pietra d’inciampo, e in una stele marmorea all’interno del Policlinico Umberto I, in viale del Policlinico 155 (nel Quartiere Nomentano).

Infine, se usciamo dai quartieri sopra indicati, troviamo non solo come detto varie iscrizioni, ma pure altre memorie dei nostri undici Martiri; ci limitiamo a ricordare che per nove di essi ci sono altrettante vie a ognuno intitolate, quasi tutte fra Spinaceto e Tor de’ Cenci.  Fra queste è compresa quella dedicata a Giuseppe “Lopresti”; nonostante il cognome sia erroneamente scritto “tutto attaccato”, è comunque lui, la vittima delle Ardeatine.  A Cordero di Montezemolo è stato intitolato un largo, al Trionfale.  Resta fuori, finché non si provvederà anche per lui, il solo Raffaele Zicconi.

Per completezza, aggiungiamo che ci sono vari altri Caduti alle Fosse che, da atti d’epoca, risultano avere propri recapiti in quartieri del futuro Municipio II; ma tale documentazione non sempre chiarisce – per vari motivi – il luogo di effettiva residenza del caduto.  Ci limitiamo quindi a ricordarne due per i quali – davanti a ciascuna delle rispettive abitazioni, dove non c’è targa marmorea – è stata apposta, nel 2020 e nel 2021, una pietra d’inciampo.  Sono: Renato Villoresi e Giorgio Conti.  Il primo era Capitano d’Artiglieria, capo di un gruppo militare clandestino, arrestato il 18 marzo 1944 in casa, a via Emanuele Gianturco 5 (nel Quartiere Flaminio); peraltro in città sono intitolate a lui pure una scuola e una strada.  Il secondo Giorgio Conti, ingegnere romano, catturato nel gennaio 1944 perché in contatto col Comitato di Liberazione Nazionale, a via Francesco Siacci 2 (nel Quartiere Pinciano).

Vogliamo così, col ricordo di questi Martiri, custodire la memoria di tutte le 335 vittime delle Fosse Ardeatine, strage di cui nel 2024 cade l’80° anniversario.  E fare nostro l’invito di Primo Levi, “Meditate che questo è stato”.

P.S. Un elenco non esaustivo degli altri nomi è il seguente: l’ex ferroviere Tito Bernardini, che risiedeva in via Enrico Stevenson 24 ( (nel Quartiere Nomentano); anche se una pietra d’inciampo è stato per lui posta al Prenestino in via Adriano Balbi 20, un suo precedente indirizzo); il ferroviere Michele Bolgia – al quale i bombardamenti dell’estate ’43, oltre a uccidere la moglie, avevano reso inagibile la loro abitazione in via Perugia al Prenestino – il quale dopo due traslochi era finito coi figlioli in un appartamento provvisoriamente assegnato dalle FS a via Alfonso Borelli 17 ( (nel Quartiere Nomentano)), che tali ragazzi lasceranno dopo la sua morte; l’ebreo Renato Mieli, che veniva da Trastevere, dove abitavano suo padre e suo fratello – Caduti anch’essi alle Fosse – e in quei giorni stava presso il nonno in via Alessandria 109 (nel Quartiere Salario); l’impiegato Carlo Mosciatti, via Lorenzo il Magnifico 104 ( (nel Quartiere Nomentano); ma secondo un’altra fonte abitava al Parione, in piazza del Teatro di Pompeo); l’ufficiale ungherese Sandor Kerestzi, via Padova 96 ( (nel Quartiere Nomentano); ma lì stava presso un’altra famiglia).  Poi Secondo Bernardini, via dei Ramni 6 (nel quartiere Tiburtino); Antonio Fabrini, via Tirso 17 (nel Quartiere Salario); Mario Felicioli, via Nizza 92 (nel Quartiere Salario); Aldo Finzi, via Panama 26 (nel Quartiere Parioli); Giovanni Frignani, via Panama 114 (Q.Parioli); Luigi Gavioli, via Berengario 1 ( (nel Quartiere Nomentano); Aladino Govoni, via di Trasone 16 (nel quartiere Trieste); Roberto Lordi, via Bertoloni 26/b (nel Quartiere Pinciano); Sabato Martelli Castaldi, via Bruxelles 67 (nel Quartiere Parioli); Mariano e Celestino Natili, via Monte delle Gioie 2 (nel quartiere Trieste).  A Bolgia, Frignani, Govoni, Lordi e Martelli Castaldi, il Comune di Roma ha comunque intitolato una strada.

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