“Gli oleandri in fiore” di Maria Grazia Toniolo

A metà giugno a Roma , come in tutta l’area compresa tra il Mediterraneo e il Medioriente da Lisbona al Mar Nero, c’è un’esplosione di fiori bianchi, rosa, magenta, porpora, salmone, rame, crema, arancio: sono i soliti malvisti antipatici oleandri che tentano di farsi perdonare la loro fama ambigua con un fuoco d’artificio di colori che durerà per 4/5 mesi.  Continue reading

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“Fra cannoni e osterie” di Armando Bussi

Non tutti sanno che Porta Pia sostituisce una più antica porta romana, dalla quale usciva, con un tracciato leggermente diverso dall’attuale, la via Nomentana. Tale porta, anch’essa chiamata porta Nomentana, era stata realizzata nelle mura edificate sotto l’Imperatore Aureliano tra il 270 ed il 275 d.C. e  venne murata 15 secoli dopo (nella foto) sotto Papa Pio IV. Fu infatti tale Pontefice che fece costruire – circa 80 metri più a ovest, fra il 1561 e il 1564 – la Porta che da lui prese il nome, progettata da Michelangelo Buonarroti in modo tale da risultare in asse, da una parte, con la nuova Strada Pia (attuale via XX Settembre); dall’altra, con un differente percorso della via Nomentana; così si creò un unico rettifilo, dal Quirinale fin quasi al complesso della Basilica di Sant’Agnese. Continue reading

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“Quando a Villa Glori  c’era una colonia …” di Giovanna Alatri

L’assistenza sanitaria all’infanzia a Roma Il 1900, definito “Il Secolo dei fanciulli” da Hellen Key, la scrittrice e femminista svedese che, come Maria Montessori, aveva posto “il bambino” al centro dell’attenzione, non solo dal punto di vista dell’educazione ma anche da quello sociale e igienico-sanitario, ha rappresentato il periodo storico di avvio di un profondo cambiamento nei confronti dell’infanzia. (a destra Hellen Key ritratta da Hanna Pauli) (Nota n.1)   Continue reading

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“Slataper, una famiglia di eroi e non solo” di Andrea Ventura

Circa a mezza via del percorso di viale Romania, quasi davanti alla sede della LUISS, marcata dalla massiccia presenza della torre ovale in bugnato di blocchi di tufo della Caserma che fu della Milizia Fascista, si apre una strada che si dirige verso il lato settentrionale di viale dei Parioli: via Scipio Slataper.

Questa strada, come tutte quelle di questo lato del grande viale alberato, è intitolata ad un irredentista caduto nella Grande Guerra: Scipio Slataper appunto, mentre la Caserma, che oggi ospita il Comando militare della Capitale e la Guarnigione del Comando Generale è operata dagli Alpini di stanza nella Caserma e dedicata alla memoria di suo figlio: Scipio Secondo Slataper (in figura Caserma Scipio Secondo Slataper). 

Credo che non esista al mondo una coincidenza di questo genere. Ma chi erano questi due Scipio Slataper?

Slataper: una famiglia di eroi

Ormai, a più di un secolo dalla morte di Scipio Senior e ben lontano dalla sua città natale, la Trieste mitteleuropea, nessuno sembra sapere più chi sia questo personaggio. Curiosamente, tuttavia, la sua vita, le sue opere, i suoi amori e addirittura la sua famiglia, sono in qualche modo collegati ad altri personaggi che hanno vissuto nei dintorni o ai quali sono intitolate altre strade di questa zona dei Parioli. (in figura un ritratto di Scipio Slataper) 

Una famiglia di combattenti, quella degli Slataper. La storia degli eroismi della famiglia si snoda tra il primo e il secondo conflitto mondiale, in un intreccio di destini: quelli del nostro Scipio, di suo fratello Guido, di suo figlio Scipio Secondo e del figlio di Guido, Giuliano.

Il più vecchio dei quattro è Scipio, nato a Trieste nel 1888, diplomato nel 1908 e poi trasferito a Firenze dove studia Lettere. Tornato a Trieste, nel 1913 sposa Luisa Carniel da cui ha un figlio: Scipio Secondo. Nato sotto il dominio asburgico, Scipio fa parte del movimento degli irredentisti, che lotta per passare dalla dominazione dell’Impero Austro-ungarico al Regno d’Italia. Per questo, allo scoppio del primo conflitto mondiale si arruola volontario nelle fila dell’esercito italiano, fa parte del glorioso 1° Reggimento “Re” e raggiunge il grado di sottotenente di fanteria. Mandato al fronte sul Podgora (noto anche col nome di Monte Calvario), perde la vita il 3 dicembre 1915, durante un’azione nella quale, alla testa dei suoi uomini, si lancia contro una pattuglia austriaca e viene ferito mortalmente alla gola. A causa di questa azione viene decorato alla memoria con la medaglia d’Argento al Valor Militare. (in figura Scipio Slataper in divisa)

Insieme a Scipio era partito volontario il fratello Guido, nato il 28 ottobre 1897, che era entrato con lui nella Brigata “Re” e con lui combatte sul Podgora. Nell’azione nella quale rimane ucciso il fratello, Guido è ferito, ma, appena guarito, torna al fronte per combattere con il 230° Reggimento Fanteria “Campobasso” con il quale partecipa alla Decima Battaglia dell’Isonzo, celebre per il vano tentativo dei reparti italiani di conquistare Trieste. Conquista il Monte Santo il 14 maggio 1917 ed è decorato con la Medaglia d’oro al Valor Militare prima di essere fatto prigioniero dagli Austriaci. Tornato in Italia alla fine del conflitto, combatte con valore nella guerra d’Etiopia nel 1935, in cui ottiene una Croce di Guerra al Valor Militare e la promozione a maggiore. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 è nominato commissario straordinario di Trieste. Quando i nazisti occupano la città è fatto prigioniero e mandato nel campo di concentramento di Mauthausen, dal quale sopravvive per poter poi tornare a Trieste alla fine della guerra e morire nel 1969. (in figura il Tenente Colonnello Guido Slataper – Medaglia d’Oro – 2 Medaglie d’Argento e Croce di Guerra al Valor Militare)

Questa è la prima generazione di eroi della famiglia Slataper. La seconda generazione non è da meno; infatti sia Scipio che Guido hanno due figli che combattono e muoiono nella seconda guerra mondiale.

Il figlio di Scipio, Scipio Secondo, nasce a Roma il 6 gennaio 1915, si laurea in ingegneria, e nel 1941 entra in servizio nell’Arsenale di Torino. Chiede di essere trasferito a un reparto di combattimento ed essere mandato in guerra, e così lo assegnano al 3° Reggimento artiglieria Alpina della 3ª Divisione alpina “Julia” di stanza in Grecia. Dopo due anni rientra in patria ed è assegnato al gruppo Artiglieria “Udine” che nel 1942 parte per il fronte russo. Lì, durante le fasi della tragica ritirata, nel paese di Novo Postepolewka combatte, è ferito, dato per disperso e decorato con medaglia d’oro al valor militare “alla memoria” . La data di morte presunta è del 21 gennaio 1943. A lui è dedicata la Caserma degli Alpini collocata al civico n.2 della strada intitolata al padre. (in figura il S.Ten. Scipio Secondo Slataper – Medaglia d’Oro al Valor Militare )

Così si chiude la storia tragica della famiglia Slataper, che ha combattuto prima e seconda guerra mondiale, lasciando sul campo un importante tributo di sangue.

Vita e amori di Scipio Slataper

Fin qui il mito guerresco di Scipio Slataper e della sua famiglia. Tuttavia, egli è molto di più che un eroico irredentista. La sua biografia, la sua attività letteraria, le sue relazioni ci restituiscono un personaggio avventuroso e degno di nota.

Il padre di Scipio, Luigi Slataper, è un imprenditore di successo, mentre la madre, Iginia de’ Sandrinelli, proviene da una famiglia di origine veneta, ed è figlia di un politico locale del quale Luigi è amico e sodale.

Il nome di battesimo dato al primogenito è, appunto, quello del nonno materno, Luigi Scipione de’ Sandrinelli, leader del partito liberal-nazionale triestino, che, anni dopo, tra il 1900 ed il 1909 sarebbe divenuto Podestà di Trieste, e soprattutto primo appassionato propugnatore, presso la corte di Vienna, di una Università di Trieste in lingua italiana, che il governo asburgico rifiuterà sempre con forza, tanto che Trieste avrebbe avuto una università solo a partire dal 1924. (in figura Luigi Scipione de’ Sandrinelli, Podestà di Trieste tra il 1900 ed il 1909)

Iginia e Luigi ebbero sei figli oltre a Scipio e Lucilla, che non superò il primo anno di vita, nacquero Gastone, Vanda, Nerina e Guido, del quale abbiamo già detto.

Scipio si iscrive nel 1899 in quello che solo dal 1912 (con grossi contrasti con Vienna) sarà il liceo classico “Dante Alighieri” di piazza dei Carradori (ora largo Odorico Panfili). Ma già nel 1903 il ragazzo interrompe gli studi a causa di una malattia nervosa e si trasferisce sul Carso per passare un periodo di cura. Lì rimarrà affascinato dalla natura dei luoghi, riuscirà a staccarsi da quella natura aspra con difficoltà per rientrare in città, dove riuscirà a diplomarsi solo nell’estate del 1908.

Vulcanico e geniale, insofferente verso la disciplina scolastica, scrive su vari giornali, tra i quali l’organo ufficiale della Società Operaia Italiana (fondata da Antonio Gerin con sede a Vienna) : il quotidiano socialista “Il lavoratore” (a sinistra la prima pagina del quotidiano“Il lavoratore”’organo ufficiale della Società Operaia Italiana – 1905) ed un giornale letterario della Domenica che si chiamava “Il palvese” titolo mutuato da antiche leggende che così chiamavano uno scudo in cuoio di difesa: il giornale voleva quindi fare “scudo” alla cultura triestina ma anche alla “pressione” austriaca, dando voce ad un gruppo di giovani irredentisti che si sarebbero affermati successivamente (Umberto Saba, Cesare Musatti, Ferdinando Pasini ecc.) i quali, per sfuggire alla severissima censura asburgica, usavano spesso pseudonimi: per esempio Saba era “Umberto da Montereale” e Slataper era “Publio Scipioni”.

Le sue letture di formazione coniugano patriottismo, socialismo e mazzinianesimo oscillando tra autori italiani del tempo (Giosuè Carducci) e i ‘postromantici’ tedeschi e nordici. Tra il 1905 e il 1907 scrive articoli politico-culturali, saggi letterari, novelle, racconti e il dramma “Passato ribelle”, ispirato all’amore giovanile per Maria Conegliano, mentre la relazione con un’altra Maria, la Spigolotto, lascia profonda traccia nella sua vita e nelle opere (Maria sarà la «buona figliola» del suo capolavoro letterario “Il Mio Carso”). (in figura il frontespizio de “Il Palvese”)

Una volta diplomato, alla fine del 1908, Scipio cerca una Università italiana nella quale laurearsi e, a causa di improvvise difficoltà economiche familiari, deve procurarsi una borsa di studio: la ottiene dalla Fondazione Ester Kohen Fano, con l’obbligo di utilizzarla, appunto, in Italia.

Nell’ottobre del 1908 entra quindi nell’Istituto di studi superiori di Firenze, partecipando al movimento studentesco e alle proteste per ottenere nell’Impero asburgico un’università in lingua italiana. Collabora anche, fino al dicembre del 1909, con il mitico “Giornalino della domenica” diretto da Luigi Bertelli detto “Vamba” (l’autore del famoso “Giornalino di Gian Burrasca”). La compagine redazionale del “Giornalino” è di tutto rispetto. Tra i redattori vi sono molti tra i più importanti scrittori italiani dell’epoca ed esponenti di primo piano delle arti grafiche. Oltre allo stesso Vamba vi scrivono autori come Edmondo De Amicis, Luigi Capuana, Grazia Deledda, Ada Negri, Emilio Salgari, Antonio Beltramelli. Le illustrazioni sono opere di noti disegnatori dell’epoca come Antonio Rubino, Giuseppe Biasi, Mario Mossa De Murtas, Filiberto Scarpelli, Umberto Brunelleschi, Marcello Dudovich, Sergio Tofano e Riccardo Magni (in figura un frontespizio del Giuornalino della Domenica)

Nel frattempo, il 28 dicembre di quello stesso anno, il devastante terremoto calabro-siculo lo spinge a partecipare da volontario ai soccorsi assieme ad altri intellettuali ed artisti provenienti da tutta Italia. La tragedia del terremoto di Messina e Reggio, con la spaventosa messe di morti e devastazioni, genera tuttavia un’ondata di solidarietà che coinvolge non solo la Croce Rossa svizzera ma giovani, intellettuali, giornalisti, gente comune e, forse per la prima volta, le donne di tutti i ceti ed estrazioni; questi eventi, prima della guerra mondiale, sono un primo importante collante sociale della nazione italiana (in figura un’immagine del terremoto di Messina del 1908)

Tornato a Firenze, nel gennaio del 1909, Slataper inizia a scrivere su “La Voce” con un primo, polemico articolo su: “Trieste non ha tradizioni di cultura” incalzato da altri articoli tra l’11 febbraio e il 9 settembre 1909, tutti di forte sapore politico ed irredentista. In “Ai giovani intelligenti d’Italia” (agosto del 1909) appoggia l’azione di Giuseppe Prezzolini per un’alta divulgazione e il rinnovamento morale e culturale. Dal 1909 al 1912 la collaborazione a La Voce si fa sempre più fervida. Le sue critiche all’accademismo ed al governo di Vienna gli costano però la borsa di studio universitaria e lo costringono ad intensificare il lavoro editoriale per potersi mantenere agli studi. (in figura + il frontespizio de “La Voce”)

Nel 1910 coordina il numero doppio “L’irredentismo. Oggi” (collaboratori: Gaetano Salvemini, Benito Mussolini, Prezzolini e i triestini Angelo Vivante, Ruggero Fauro, Alberto Spaini). Ma in quell’anno Scipio è anche coinvolto in tempestosi rapporti sentimentali con le tre amiche triestine, importanti nella sua vita sentimentale: Anna Pulitzer (Gioietta), Elody Oblath e Luisa Carniel (Gigetta). In realtà, Elody, intellettuale e poetessa, sarà la moglie del suo migliore amico Giani Stuparich, suo compagno di scuola, di università e commilitone; Luisa (Gigetta), invece, sarà la moglie di Scipio. Mentre infine, Anna Pulitzer (Gioietta), improvvisamente, Il 2 maggio 1910 si suicida con un colpo di pistola alla testa, e Slataper cade in uno stato di depressione, da cui riesce ad uscire solo rafforzando i propri ideali di fraternità e solidarietà. ((in figura Le tre donne di Slataper: Luisa, Elody e Anna in tre ritratti eseguiti da Luisa Carniel nel 1910 ca.)

Dal novembre del 1911 all’aprile del 1912 è segretario di redazione con funzioni direttive de “La Voce”, quando Prezzolini lascia la direzione a Giovanni Papini. Tra il 1914 e il 1915 Slataper aderisce al Gruppo nazionale liberale di Roma, ed è in corrispondenza con Sibilla Aleramo con la quale mostra confidenza e sforzo d’empatia.  (in figura il frontespizio de “Il Palvese”) ritratto di Sibilla Aleramo intorno al 1912)

Accanto agli articoli di informazione bibliografica, critico-letterari, di riflessione etica e d’analisi storico-politica, nel 1912 Slataper pubblica anche scritti per l’infanzia per lui molto importanti e stimolanti. A partire dalla riflessione sui bambini fondata sull’estetica di Johann Christoph Friedrich Schiller, Friedrich Wilhelm Joseph Schelling e Benedetto Croce. In tali opere Slataper approfondisce la funzione gnoseologica intuitiva del simbolo, propria dell’arte primitiva.

Nel maggio del 1912 esce “Il mio Carso” un racconto in prima persona dall’infanzia alla maturità, dai paesaggi carsici e marini alla Trieste del tempo e al suo porto.  (in figura il frontespizio de “Il Palvese”) frontespizio della Prima Edizione de “Il Mio Carso”  – Firenze 1912)

In seguito Slataper si dedica a Firenze alla tesi su Henrik Ibsen, riuscendo a laurearsi nel dicembre del 1912; parte poi per Vienna per perfezionare il suo tedesco per l’esame di abilitazione all’insegnamento. Quindi, a metà maggio, grazie ad una presentazione del critico letterario e germanista Arturo Farinelli, si trasferisce ad Amburgo, come lettore di italiano al Kolonial Institut, dove rimane fino allo scoppio della guerra nel luglio del 1914; con lui è Gigetta, che aveva sposato a Trieste nel settembre del 1913.  (in figura Arturo Farinelli  – 1867 – 1948)

La visione di Slataper su Ibsen riguarda l’interpretazione e l’interesse per la storia. Illustrando i nessi tra drammi, biografia e contesto storico: Scipio ne mette in luce i problemi dell’Europa del tempo e la propria personale visione tragica della vita (in figura Il “Kolonial Institut” di Amburgo nel 1911).

Tornato a Trieste è in grande difficoltà per la censura asburgica che lo induce a trasferirsi a Roma con Gigetta nel settembre 1914; qui inizia a collaborare con “Il Resto del Carlino”.

All’entrata in guerra dell’Italia Scipio parte per il fronte nel giugno del 1915 come volontario nei Granatieri di Sardegna, ed è subito ferito a Monfalcone; terminata la convalescenza, il 30 settembre torna di nuovo in zona di guerra a Sacile (Pordenone). Promosso sottotenente, si ritrova insieme al fratello Guido a Caneva: qui, come scrive in una delle ultime lettere a Gigetta, incontra «molti che conoscono me, la Voce e il Carso».

In effetti sul fronte del Friuli Venezia Giulia si concentra il meglio della letteratura italiana (e mondiale). Assieme a Scipio e Guido Slataper, combattono i loro amici di sempre, Giani Stuparich e suo fratello Carlo, e Clemente Rebora. Ma lì, da inviati sono presenti anche Arthur Conan Doyle, H.G. Wells (uno dei “padri” della fantascienza) e addirittura Rudyard Kipling.

La nuova destinazione di Scipio è il Monte Calvario dove l’inferno si tocca con mano, ed infatti, nel novembre del ’15, scrive alla moglie: «Io vedo che siamo uomini, che la guerra esige di più che le forze umane, che ha in sé qualcosa di superiore e di troppo più spaventevole che un uomo possa dare e sopportare». Il 3 dicembre 1915, durante la quarta battaglia dell’Isonzo, proprio a quota 184, nell’azione che si concluderà con la conquista del «Calvario», viene colpito a morte. (in figura la lapide che ricorda Scipio Slataper sul Monte Calvario)

La sua tomba è una delle poche che è stata preservata dopo la riunificazione di tutti i cimiteri provvisori sorti lungo la linea del fronte, nel sacrario di Redipuglia. Sulla Croce una lapide riporta: “1° R Fanteria – S. Tenente Scipio Slataper Triestino – per la libertà del suo Carso – per la grandezza d’Italia – visse nobilmente – Eroicamente cadde – Podgora 3 dicembre 1915”

Gli Slataper: cultura, imprenditorialità ed irredentismo

La famiglia Slataper è molto nota a Trieste, ma l’origine non è triestina. Il nome Slataper deriverebbe dai termini sloveni zlato (oro) e pero (penna), o da zlatopér (aggettivo: dal piumaggio biondo-oro), che ci piace rievochi la bella capigliatura bionda di Scipio come appare dalle foto di famiglia. La forma onomastica Zlatoper è oggi presente in Slovenia e Croazia.

Quindi le origini sono Slovene o Croate anche se il cognome, stando al filologo e glottologo sloveno Pavle Merku, si trova nella zona di Tolmino, dove probabilmente gli Slataper arrivano dall’entroterra di Sebenico, assoldati dai proprietari terrieri dell’Alto Isontino per sedare la rivolta contadina del 1713 e poi rimasti lì a vivere. Smentite quindi le origini boeme attribuite da altri studiosi. (a destra L’incontro del conte Coronini con i rivoltosi di Tolmino a Solkan – Tone Kralj 1972)

Questa vera e propria “invasione” slovena di Tolmino nasce dal fatto che, prima della revisione del sistema di tassazione voluto da Maria Teresa e Giuseppe II, i feudatari dell’impero austro-ungarico soffocavano i contadini al punto che tra il XV al XVIII secolo si sono susseguite cinque rivolte maggiori e 140 rivolte locali minori. Le grandi rivolte contadine sono state in Carinzia (1478), Slovenia (1515), Croazia e Slovenia (1573), una seconda volta in Slovenia (1635) ed infine a Tolmino (1713). Quest’ultima è vasta e violenta con la formazione di un’unione contadina in aperta opposizione ai proprietari terrieri, sciopero fiscale, riscossione autonoma delle gabelle, ed infine vera e propria guerra contro il Governatore Jakob Anton Coronini von Cronberg ed i potentissimi conti Strassoldo. Da Tolmino la rivolta si estende fino al basso Carso verso il mare coinvolgendo 750 città e villaggi. Chiamati dai proprietari terrieri all’inizio del giugno 1713 arrivano 600 mercenari della Krajina da Karlovac e Senj che schiacciano i ribelli in due battaglie, ed infine, il 26 giugno, giunge a Gorizia un vero e proprio esercito, inviato su ordine dell’imperatore, in sostituzione dei croati.

Verosimilmente gli Slataper passano a Tolmino dalla Slovenia assieme a queste truppe, e poi, una volta sedata la rivolta, si insediano, assieme a molti altri sloveni, nelle terre una volta coltivate dai rivoltosi. Successivamente la famiglia si trasferisce prima a Gorizia e da qui a Trieste. Il primo Slataper che da Gorizia arriva a Trieste è Filippo, economo nella chiesa dei Gesuiti, padre di quattordici figli tra i quali, il primo nato a Trieste nel 1792, è Giacomo Filippo, commerciante di candele, sposato con Maria Lozzi, padre di sette figli (morto nel 1836). Tra i suoi figli il più fortunato e ricco si chiama Luigi Senior, quindi suo nipote Luigi Junior, padre di Scipio, che commercia in ceramiche e vetro, e siede più volte nel Consiglio comunale della città. (a sinistra la copertina del libro di Aurelio Slataper – Appunti per una storia di famiglia – Trieste 2019).

Gli affari di Luigi Slataper Senior vanno bene, tanto che la famiglia può acquistare la bella villa Moore chiamata “Borahall” circondata da un elegante giardino con una splendida vista. Amatissima da Scipio, che la ricorderà con nostalgia nelle pagine de “il mio Carso”, dopo che il padre, Luigi Slataper junior, è costretto a cederla ed a liquidare la ditta per questioni ereditarie, in quanto aveva altri nove fratelli.

Le vicende della famiglia sono descritte in un saggio dell’ultimo discendente degli Slataper, Aurelio, che nel 2019 pubblica “Appunti per una storia di famiglia”. D’altro canto le storie della famiglia successive alla tragica scomparsa nella campagna di Russia di Scipio Secondo e Giuliano, riguardano in parte anche Luisa Carniel: un simbolo del dolore e dei lutti provocati dal duplice conflitto mondiale.  Nel primo conflitto la Carniel perde il marito nel 1915 a soli 27 anni, mentre proprio nel 1915 nasce il loro figlio, Scipio Secondo che perde la vita sul fronte russo. (a destra la vista dal terrazzo di Villa Borahall con le Alpi ed il Castello di Miramare).

Rimasta vedova Luisa Carniel ritorna a Trieste da Roma,  vestita di quelle gramaglie che non smetterà mai, e, nel 1928 prende in mano l’azienda di famiglia restando come amministratore delegato fino al 1963, per poi assumerne la presidenza onoraria.

Borahall : La villa di Sir George Moore e di Scipio Slataper
I luoghi hanno sempre un’importanza speciale nella vita degli scrittori, sono evocativi, vengono citati e descritti anche indirettamente. Borahall rappresenta quindi la fonte delle memorie letterarie di Slataper in quanto luogo magico e sede delle sue fantasie giovanili.

La villa settecentesca di via Bazzoni 15 a Trieste, nascosta da un alto muro ricoperto da una fitta edera, un tempo apparteneva a un ricco mercante britannico, Sir George Moore che svolgeva anche le mansioni di console americano a Trieste. Costruita alla fine del ‘700, quando la collina di San Vito era quasi incontaminata, con i suoi boschi, i campi coltivati, le minuscole case di contadini (nessuna delle quali rimane oggi) e la vista aperta sul mare, è stata chiamata dal suo proprietario inglese “Borahall” – la casa della Bora – in quanto la casa è posizionata proprio nel percorso del vento, che soffia tanto violentemente contro l’ingresso principale da provocare forti ululati, e perfino un leggero scuotimento delle pareti. Invece di essere scoraggiato dalla posizione, Moore non solo si gode la Bora che lotta con la sua villa, ma si diverte a far condividere ai suoi numerosi ospiti il brivido della tempesta.

George Moore arriva a Trieste a trentaquattro anni, nel 1814, benestante e vedovo, decide di dedicarsi al commercio in Austria. Nel 1804 a Istanbul si era sposato, rimanendo tuttavia presto vedovo, e a Trieste, nel 1817, si sposa di nuovo con una ricca americana, Sarah Nicholson di Baltimora nel Maryland che appartiene alla élite del New England. E’ chiaro che Moore, da buon mercante, è attratto dalla condizione di porto franco della Trieste austriaca e dalle nuove grandi opportunità commerciali che offre agli uomini d’affari internazionali. Diventato rapidamente molto influente, all’apice della sua carriera, dopo il suo matrimonio con Sarah, nel 1821, viene nominato Console degli Stati Uniti a Trieste. Come molti cittadini britannici dell’epoca, non solo contribuisce alla crescita economica della città, ma sostiene generosamente diverse iniziative sociali per aiutare i meno fortunati. Aiuta finanziariamente anche il Teatro Nuovo (l’attuale Teatro Verdi) dove, dal suo palco centrale, non perde mai uno spettacolo.

Il Console americano ci tiene a farsi passare per scozzese in quanto il suo albero genealogico risale al ceppo scozzese dei Muir di Rowallan. In realtà, più recentemente, i Moore provengono dall’Irlanda da dove tre fratelli partono alla fine del ‘600 sotto Guglielmo d’Orange: uno va a Glasgow, un altro in Inghilterra ed un terzo, quello da cui discende il nostro George, si stabilisce nell’Isola di Man, dove acquisisce soldi e potere. George può quindi vantarsi di essere cugino (alla lontana) di un (allora) celebre eroe delle guerre napoleoniche, il Luogotenente Generale Sir John Moore di Glasgow, noto come “Moore of Corunna” artefice della vittoria sull’esercito napoleonico a La Coruña in Spagna.

Verso il marzo del 1833 decide di acquistare la bella casa settecentesca nella contrada di San Vito, affascinato dalla sua posizione nella natura e dalla bellissima vista sul golfo. La “Villa Moore”, nella quale il commerciante dimorerà fino alla morte (18 febbraio 1871), è tra le poche case inglesi della quale disponiamo di una descrizione particolareggiata, fornita dai tanti invitati alle feste e agli incontri intellettuali del ricco console. l visitatori restavano sempre colpiti dall’alto muro di protezione, romanticamente medievale e coronato da un’anacronistica merlatura: una soluzione inventata da Moore, per non vedere le case di campagna sottostanti. Entrando nel parco, poi, si veniva accolti da un florilegio di piante rare e alberi meticolosamente curati. ( a sinistra Una vecchia foto di Borahall)

Moore è anche un collezionista d’arte e nella villa espone, nella ricca biblioteca, anche quadri di Guido Reni e del Guercino, mentre dominano la sala da pranzo due monumentali ritratti di Nelson e di Wellington, che ricordano a tutti la nazionalità del proprietario. In occasione delle vittorie di Trafalgar e Waterloo, era tradizione che Moore desse sontuosi ricevimenti ornando i due ritratti con corone d’alloro.

Ricco, eccentrico, molto piacente, Moore diviene presto molto popolare nell’alta società triestina, le signore adorano la sua schiettezza e, sebbene sia sicuramente un gentiluomo, tuttavia non eccelle nell’etichetta. I concorrenti d’affari lo odiano per la sua spietatezza nel gestire i suoi traffici. Ha letteralmente comprato e venduto di tutto, rifornendo, con i suoi beni, anche le zone più remote dell’impero asburgico, devastate, dopo le guerre napoleoniche, da anni di conflitti e di povertà. ( a destra l’alto muro merlato che circonda Borahall)

Borahall diventa presto il luogo ideale dell’alta società triestina. Le sue feste internazionali, che attirano la ricca comunità di espatriati dell’epoca, sono famose in tutta la città; i suoi incontri ed eventi intellettuali danno forma alla vita culturale di Trieste.

Il parco che circonda la villa era una gioia per gli occhi, con i suoi alberi secolari e piante rare. Tra la vegetazione sorgeva un’antica fontana in pietra con un enigmatico delfino.

Dopo la morte di Moore, nel 1874, Borahall viene acquistata dalla famiglia Slataper. In questa casa Scipio scrive i suoi primi componimenti e una targa di pietra all’ingresso della villa ce lo ricorda con orgoglio; qui lo scrittore passa anni felici prima del tracollo economico del padre e del trasferimento nella più modesta villa Pettinello di via Chiadino nel 1899. (a sinistra Borahall oggi)

Oggi la villa è ancora un gioiello: Borahall si erge isolata in tutta la sua misteriosa bellezza, nascosta al mondo dalle sue alte mura. E’ diventata un’esclusivo B&B (“Villa Moore”) con camere spaziose e una suite con il famoso terrazzo con vista che si chiama, appunto, “Borahall” ( a destra la fontana del delfino nel Giardino di Villa Moore).

Gran parte del suo parco è stato ridotto e poco rimane del  famoso giardino lussureggiante: restano, però, un paio di alberi secolari, uno in particolare, un ippocastano, sul quale Scipione Slataper amava arrampicarsi da bambino. (a sinistra l’ippocastano di Slataper).

Andrea Ventura

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“Il Bersagliere incantato” di Massimo Petrella

Sempre, la Cronaca deve offrire piccoli tributi per ingraziarsi la Storia, sua severa matrigna.

Il 18 settembre del 1932, una domenica, poco dopo l’alba, una piccola folla di romani si era radunata intorno al piazzale di Porta Pia.  Quel giorno si doveva inaugurare il Museo del Corpo dei Bersaglieri, trasferito da poco all’interno della Porta Michelangiolesca, e si sarebbe anche completato il Monumento al Bersagliere, da scoprire poi solennemente il 23 Settembre alla presenza del Re. (in figura il Monumento al Bersagliere in una cartolina postale del 1932)   Continue reading

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“Napoleone Bonaparte, la verità storica” di  Carlo De Bac

Leggo, non senza preoccupazione, da più parti, che ieri, 5 maggio 2021, ci si è affrettati a ricordare il bicentenario della morte di Napoleone, celebrato nella letteratura italiana con le famose sestine di Manzoni:  “Ei fu; siccome immobile ecc. ecc.” e quindi nutro il timore che questo avvenga in senso unicamente elogiativo, come si fa abitualmente per un uomo ritenuto grande, ma che, invece, era ed è pieno di ombre: “ai posteri l’ardua sentenza”, appunto. (a destra la prima pagina dell’Ode “il V Maggio” di Alessandro Manzoni). Continue reading

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“La meridiana poliedrica di Villa Balestra” di Bruno Caracciolo

Siamo a Villa Balestra, sul lato della villa aperto verso il tramonto, dove non c’è panorama per via delle fitte fronde degli alberi cresciuti nella fascia di  terreno degradante verso la parete tufacea su viale Tiziano. A pochi metri dalla rete di recinzione in basso, completamente nascosta dalla vegetazione, c’è qualcosa che non ci aspettiamo: una colonna sormontata da uno strano solido di forma sferoidale.

Si tratta di un orologio solare, una meridiana, e, nello stesso tempo, un indicatore della direzione dei venti. Quindi una “meridiana anemoscopio”.  Anche se non riuscite a vederlo, non provate scavalcare la recinzione e andare a cercarlo. E’ pericoloso. Nella parete che domina viale Tiziano,  come tutti sanno già si sono verificate delle frane che hanno reso necessario il restringimento della strada sottostante.

Visto che non possiamo vederlo, se non nella foto qui accanto, cerchiamo si saperne un po’ di più.

Tutti conosciamo il giardino Villa Balestra e il colle su cui si estende.  Sul lato meridionale dell’altura che domina l’incrocio tra viale Tiziano e viale delle Belle Arti, sorge una costruzione. E’ il villino Delfino Parodi, in una posizione con un panorama mozzafiato che spazia da Villa Borghese, dove il sole sorge, a Monte Mario, dove tramonta, con  al centro, verso sud, il cupolone.

Alla metà del Cinquecento in questa posizione, c’era un alto belvedere a forma piramidale, realizzato per volere di papa Giulio III nella ex villa Poggi, entrata a far parte del grande complesso denominato Villa Giulia. L’orologio solare in particolare si trovava sulla cima del fabbricato come ci testimonia l’antiquario francese Jean-Jacques Boissard parlando della villa: “tra gli edifici per le passeggiate estive costruiti sui colli ce n’è uno famosissimo sulla sommità del monte, con due obelischi e una piramide altissima, in cima alla quale è collocato un orologio sferico. Su di esso, con l’arte più raffinata sono rappresentate le direzioni di tutti i venti ed è resa evidente la distinzione di ognuno di essi”.

Ma quando Boissard scrive, nel 1559, il pontefice che aveva voluto quelle bellezze era morto da quattro anni. Villa Giulia è contesa tra il nuovo pontefice e i suoi eredi e l’edificio a forma di piramide si avvia a diventare una struttura di servizio alle attività agricole a cui l’ex villa Poggi è destinata. Dell’orologio sferico non si ha nessuna ulteriore notizia.   Nei secoli successivi, l’area appartiene ai Medici, poi ai Colonna e infine ai Balestra, ma nessuno sembra interessato a questo strano oggetto dimenticato. A inizio Novecento, l’ippodromo dei Balestra diventa il piacevole giardino aperto al pubblico che tutti noi conosciamo. Ma il silenzio sull’orologio sferico descritto dell’antiquario francese continua.

Solo pochi anni fa (ndr. nel 2010), la meridiana è stata ritrovata. Ed è ancora lì, nascosta dalla vegetazione, là dove papa Giulio III aveva fatto realizzare un secondo belvedere verso monte Mario, lungo una “passeggiata di delizia”, di cui non rimane che qualche muro di contenimento e pochi gradini coperti dal terreno e dalle foglie. Tutto inaccessibile per motivi di sicurezza.

In realtà, l’oggetto non è una sfera come afferma Boissard, ma un poliedro (ndr, solido geometrico limitato da un numero finito di poligoni) di marmo portasanta alto e largo 60 cm. Il “portasanta” è una bellissima pietra ornamentale estratta a Chio, un’isola dell’Egeo orientale, così chiamata per essere stata impiegata a Roma per realizzare gli stipiti delle porte sante delle quattro basiliche maggiori.

Il poliedro è montato su una colonnina di travertino rivestita di stucco che poggia su una colonna di granito alta circa due metri, con due modanature alla base, a sua volta sorretta da una base ottagonale.  Al di sopra del poliedro, è presente l’asta di una banderuola segnavento.  Sulle otto facce rivolte verso il basso sono indicati i nomi dei principali venti della rosa. In particolare, sulle quattro facce quadrate rivolte verso i quattro punti cardinali sono indicati sia i nomi latini che quelli italiani: SEPTENTRIO / TRAMONT[ANA] a nord, AUSTER / OSTRO a sud, SVBSOLANUS / LEVANTE a est e FAVONIVS / PONENTE a ovest, mentre sulle quattro facce triangolari, di superficie più limitata, sono incisi soltanto i nomi latini: AQUILO a nord-est, CORUS a nord-ovest, VVLTVRNVS a sud-est e AFRICVS a sud-ovest. Sulla faccia rivolta a mezzogiorno tra il nome latino e quello italiano è inciso un ramoscello di ulivo.

Su ognuna delle otto facce quadrate verticali è presente una coppia di fori che probabilmente servivano a sostenere delle piastre metalliche, presumibilmente recanti gli orologi solari che giustificherebbero la funzione gnomonica (cioè di orologio solare) indicata da Boissard.

Bruno Caracciolo

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Per approfondire: Articolo pubblicato sulla rivista Orologi Solari 

L’iniziativa “I Racconti del Flâneur Roma2pass” è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Municipio II del Comune di Roma.

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“Il lago fantasma del Re” di Lorenzo Grassi

Come molti sanno, nel parco romano di Villa Ada ci sono tre laghi: quello “grande” con la penisola dei pioppi bianchi vicino all’entrata in via di Ponte Salario, uno più piccolo dal quale sgorga il ruscello che scorre nella valle delle sughere e il terzo nella parte superiore, accanto al pratone molto frequentato a due passi dall’ingresso sulla via Salaria. Si tratta di laghi moderni (solo quello piccolo ricalca un vecchio bacino) realizzati intorno alla metà degli anni Settanta del Novecento.  (in figura il grande lago moderno di Villa Ada) (ndr. cliccare sulle foto per una corretta visione)

Con il tempo, invece, si è persa quasi ogni memoria del fatto che nel parco, quando dopo la presa di Roma del 1870 la villa divenne di proprietà della famiglia reale Savoia nella nuova Capitale d’Italia, fu creato nella vallata tra il Colle delle Cavalle Madri e il Colle Roccolo un esteso lago “a scogliera”, dalla forma allungata e diviso in due dall’attraversamento di un ponticello rustico.  (in figura il ponticello rustico sul lago scomparso, oggi introvabile nella vegetazione)

Era uno dei principali interventi di arredo decorativo voluti dal Re Vittorio Emanuele II e inseriti nel progetto di sistemazione curato tra il 1874 e il 1877 dal giardiniere amburghese Emilio Richter, all’epoca direttore delle Ville e dei Parchi Reali. Un progetto che prevedeva – con imponenti movimenti di terra per oltre 25 mila metri cubi – lo scavo di due laghi «proporzionati alla grandiosità di tutta la villa».  Questo bacino artistico, ingentilito con vasche, cascatelle e giochi d’acqua, si è trasformato via via in una sorta di leggenda, alimentando l’aura del “lago fantasma”.  (in figura la planimetria del lago scomparso nella Cartografia dell’Istituto Geografico Militare, in cui A è Lago ottocentesco, B il Parco Rabin e C la Palazzina Reale)

E pensare che al suo centro, originariamente, rifulgeva una statua in marmo bianco formata da un Nettuno su un cavallo marino agitato. Un monumento che – come si evince dai racconti (ndr. pubblicati nel libro “Il Lampadario di Cristallo) fatti a Mariù Safier da Enrico d’Assia, figlio della Principessa Mafalda e di Filippo – fu poi trasferito a metà degli anni Venti nella fontana barocca di Villa Polissena. «Quando il laghetto ai piedi della vigna fu abbandonato, finì per sparire del tutto – ha ricordato Enrico d’Assia – e il Nettuno, avendo perso il suo dominio acquatico, si lasciò sopraffare da erbacce assai poco rispettose della sua divinità. Ma un giorno i miei genitori, passeggiando con la regina Elena, si soffermarono davanti a quel groviglio di sterpaglie, dal quale spuntavano alcuni pezzi di marmo. Fu subito deciso di ridare al dio marino il ruolo di protagonista nel giardino in formazione di Villa Polissena».  (in figura Filippo d’Assia)

Nella bellissima dimora che affaccia sulla strada dei Parioli oggi intitolata alla memoria di Mafalda di Savoia, l’austero Nettuno fa ancora bella mostra di sé; mentre il lago storico è tornato brevemente in auge solo nel 1990, quando nel Piano di Utilizzazione di Villa Ada adottato dalla Giunta del Sindaco Rutelli dopo l’acquisizione pubblica di tutto il parco, fu inserito il «recupero dello specchio d’acqua Ottocentesco e delle scogliere ancora esistenti». Un ottimo proposito rimasto purtroppo sulla carta, insieme a tutti gli altri contenuti in quel Piano. Nel frattempo il “lago del Re” è diventato un grande segreto, custodito e celato – come nelle migliori favole – da barriere di rovi inestricabili.  (in figura la statua del Nettuno oggi a Villa Polissena)

Ora è stato finalmente “riscoperto” e svelato dai ricercatori e dalle ricercatrici dell’Associazione Sotterranei di Roma che, sfidando una vera e propria giungla, hanno documentato lunghi tratti delle vestigia lacustri: le lisce sponde in muratura ricoperte di muschio verde, i muretti delle vasche e gli oscuri condotti. Paradossalmente a spingerli sulle tracce del lago “scomparso” è stato un altro mistero di Villa Ada: il grappolo di sprofondamenti che si sono aperti tra il 2012 e il 2014 a Parco Rabin e che da anni costringono a tenere transennata un’ampia fascia dell’area verde su via Panama(in figura scogliere del lago storico ricoperte di muschio)

Le indagini geofisiche promosse dalla Protezione Civile capitolina e dal Dipartimento SUMU del Comune di Roma (insieme ai geologi della Città Metropolitana, all’INGV e alla Sapienza) non sono riuscite ancora a fare piena luce sulle cause.  Adesso l’ipotesi che hanno avanzato e che stanno verificando sul campo i ricercatori e le ricercatrici di Sotterranei di Roma – nell’ambito della Convenzione di collaborazione gratuita con la Sovrintendenza Capitolina – è quella di un eventuale legame tra i dissesti geologici che si sono manifestati a Parco Rabin e la possibile presenza nel suo sottosuolo dei canali di adduzione idrica che dall’impluvio naturale di via Panama rifornivano d’acqua i bacini del lago storico.  (in figura muretti dei giochi d’acqua del lago scomparso)

Lorenzo Grassi

Fonte: http://www.lorenzograssi.it/

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Per approfondire:  Acque Sotterranee – Italian Journal of Groundwater

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