“Un tardo pomeriggio di primavera a piazza Ungheria” di Corrado Iannucci

Il ricordo dei carabinieri a cavallo ai Parioli forse si è un po’ offuscato, da quando il 4° Reggimento è stato trasferito nella più funzionale caserma di Tor di Quinto alcuni decenni fa.   

Fino ad allora, i carabinieri avevano utilizzato la caserma “Pastrengo”, alle spalle di viale dei Parioli; con i loro cavalli e con ancora i loro antiquati calessini erano parte del panorama quotidiano del quartiere. A quel tempo, le scuderie erano ubicate lungo il margine della caserma su via di Villa San Filippo, nell’area attualmente utilizzata dal Comando Generale dell’Arma; sul lato della caserma adiacente a via Picardi esisteva la “cavallerizza”, ampia struttura per l’addestramento al coperto dei cosiddetti “binomi” (questo termine, di apparente derivazione algebrica, in cavalleria indicava le unità costituite pariteticamente da uomini e da cavalli ed era una espressione elogiativa dell’importanza del cavallo). Spesso, la mattina sul presto risuonava il rumore degli zoccoli dei cavalli che uscivano verso Tor di Quinto o verso il Macao. Nei viali di Villa Borghese (Villa Ada non era ancora aperta al pubblico), i carabinieri a cavallo erano una presenza rassicurante per giovani mamme e bambini; anche il cinema ne raccontava l’attività (come non citare il film “Il carabiniere a cavallo” del regista Carlo Lizzani, che nel 1961 si incentrava sulle avventure e disavventure di un Nino Manfredi tra perlustrazioni al Pincio e vita di caserma?).

I carabinieri a Porta San Paolo (1960)

I carabinieri di questo reparto sono carabinieri, appunto, e come tali il loro servizio è rivolto prioritariamente ad assicurare “la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”, come recita la formula del giuramento militare. Dalle cariche di Grenoble (1815) e di Pastrengo (1848) in poi, cavalli e carabinieri hanno operato insieme in situazioni anche di alto rischio; a Roma, tra i tanti episodi hanno avuto risonanza mediatica, nel 1960, gli interventi di ordine pubblico a Porta San Paolo e nel 1967 i rastrellamenti nelle campagne lungo il Tevere per la cattura dei rapinatori rei dell’uccisione dei fratelli Menegazzo a via Gatteschi.

Raimondo D’Inzeo in gara

Gran parte della notorietà del 4° Reggimento era (ed è tuttora) legata alla maestria dell’equitazione, anche a livello agonistico: tutti ricordano le vittorie olimpiche del colonnello Raimondo D’Inzeo e i successi di tanti altri.

Il carabiniere e il suo cavallo costituiscono il soggetto di numerosissime opere pittoriche, molte delle quali sono raccolte presso il Museo dell’Arma in piazza Risorgimento. Comunque, l’immagine più immediata del 4° Reggimento è quella di un reparto di alta rappresentanza, con le sue sciabole fieramente sguainate nelle evoluzioni millimetriche del carosello storico, accompagnato dalle musiche della fanfara. Originatosi nel 1883 e consolidatosi nel 1933, il carosello è una esibizione che non manca di affascinare, specialmente nel palcoscenico incantato sotto i pini di piazza di Siena.  Cchi scrive ebbe la fortuna di essere di servizio, come giovane ufficiale, in una di queste esibizioni di fronte a estasiati militari di varie nazioni, in una luminosissima giornata di tramontana invernale.  Coloro che praticano l’equitazione possono correttamente valutare quanto impegno è necessario per ottenere quelle fluide movenze e quei precisi intrecci dei cavalli, apparentemente così naturali; tra questi estimatori, ci fu anche la regina Elisabetta, che, nel corso della sua visita di stato in Italia nel 2000, proprio a piazza di Siena in compagnia del presidente Ciampi assistette a un carosello in suo onore.

Un momento del carosello storico

Finché la sua sede rimase alla “Pastrengo”, il Reggimento si trovava ad attraversare a ranghi impeccabili piazza Ungheria in varie occasioni; tuttavia, con la piazza aveva due appuntamenti per così dire fissi in connessione con i caroselli storici al termine rispettivamente del Concorso Ippico Internazionale (che allora si teneva nella seconda metà di aprile) e della festa annuale dell’Arma (il 5 di giugno).

Carabinieri a cavallo in servizio

In queste ricorrenze, il Reggimento in alta uniforme usciva di buon mattino e rientrava a pomeriggio inoltrato. Nel ritorno (che si svolgeva attraverso il portale di Villa Borghese su per viale Rossini per poi imboccare viale Romania) veniva osservato un preciso rituale: all’altezza del portale di Villa Taverna, cavalli e cavalieri serravano le fila e poi la fanfara iniziava a suonare la marcia d’ordinanza “la Fedelissima” oppure uno dei tanti altri brani per cui era giustamente famosa; aveva così inizio lo sfilamento attraverso piazza Ungheria, che risultava sempre perfetto. Sembrava che anche i cavalli, insieme con la cagnetta che fungeva da mascotte, sentissero l’importanza del momento e si prestassero volentieri a dare ancora prova del loro addestramento, dopo una lunga giornata di servizio; nel cielo, stormi di rondini (non ancora sloggiate dai gabbiani) intrecciavano voli sulla piazza.

La fanfara a cavallo

Tutto questo ovviamente non mancava ogni volta di attirare l’attenzione sia dei passanti sia di coloro che si raccoglievano davanti ai tavolini del bar Hungaria oppure del bar Lotti; entrambi i bar erano sempre affollati nell’ora dell’aperitivo serale. Lo spettacolo (perché questo era, nella sua precisione marziale) era un elemento stabile della vita del quartiere; la sua ricorrente presenza suscitava l’affettuosa approvazione degli astanti ma apparentemente nulla di più.

Un tardo pomeriggio di primavera qualcosa del rituale cambiò all’improvviso: lo stendardo del Reggimento, in testa alla colonna, era appena entrato in piazza Ungheria quando uno spontaneo e prolungato applauso partì dai cittadini assiepati ai bordi della piazza e proseguì sostenuto accompagnando il passaggio di tutto il reparto. Nell’emozione suscitata dal fatto nuovo e inaspettato, alcuni cavalli persero un po’ l’allineamento; la cagnetta (allora era la mitica Trombetta) inanellò un paio di capriole di sua iniziativa; qualche carabiniere apparve commosso e dovette faticare le proverbiali sette camicie per mantenere il dovuto aplomb.

Cosa era successo? Perché questo applauso, rivelatore di un legame tra cittadini e carabinieri profondo ancorché di solito non esibito? La risposta va cercata partendo dall’anno: era il 1980, nel cuore dei cosiddetti “anni di piombo”, nel corso dei quali sciagurati tentativi di gruppi estremisti si intrecciavano con pericolose minacce criminali e si potenziavano con apporti del terrorismo internazionale.

La tragedia di Aldo Moro e della sua scorta si era consumata due anni prima, rivelando un’organizzazione dello Stato italiano che in termini di modalità operative e di strumenti disponibili non era apparsa pienamente adeguata alle sfide impegnative che le violenze degli anni sessanta e il terrorismo degli anni settanta avevano portato con loro. I dati statistici evidenziano che nel 1969 erano attive due formazioni armate; ma nel 1977 se ne contavano già 91; nel 1979 avevano raggiunto l’ammontare di 269, responsabili di 659 attentati in quel solo anno. Cumulativamente, nel periodo tra il 1969 e il 1975 si registrarono 4584 attentati ad opera di gruppi di vario colore politico.

Pattugliamento in campagna

Come quasi sempre accade, delle inadeguatezze dell’organizzazione si trovarono a farsi carico, con grande spirito di sacrificio, coloro che in quell’organizzazione vivevano e operavano quotidianamente, ai diversi livelli e ambiti di impegno e responsabilità. Tramite questi sforzi collettivi, di fatto, fu possibile contrastare prima e spegnere poi la spirale della violenza armata degli anni di piombo.

Tutto questo avveniva con costi umani elevati: con cadenza praticamente settimanale, venivano assassinati “servitori dello Stato” individuati come simboli da abbattere. Se l’attenzione della pubblica opinione era (almeno inizialmente) più facilmente catturata dai nomi di vittime famose come il magistrato Riccardo Palma (ucciso nel 1978 in via Forlì) o il giurista Vittorio Bachelet (assassinato nel 1980 all’interno della città universitaria), erano numerosi i rappresentanti delle forze dell’ordine per lo più sconosciuti a rischiare e a perdere la loro vita. Nel 1980, evidentemente, in qualche modo si era presa coscienza di ciò e nella sua spontaneità l’applauso di piazza Ungheria ai carabinieri aveva il significato di un riconoscimento corale, nel pieno corso di un travagliato periodo cui ora è possibile guardare con l’occhio dello storico ma il cui esito allora non era per nulla scontato.

gen. Lee Dozier

Come noto, al periodo degli anni di piombo si attribuiscono un inizio nel 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano e una fine nel 1982 con la liberazione del generale James Lee Dozier, rapito a Verona. Tuttavia, vi fu una lunga scia di episodi successivi, che si concluse sostanzialmente nel 2003 con l’uccisione del sovrintendente capo della Polizia di Stato Emanuele Petri a Castiglion Fiorentino (Arezzo), nel contesto di operazioni che condussero alla cattura dei responsabili degli omicidi degli economisti Massimo D’Antona (colpito nel 1999, all’angolo tra via Salaria e via Adda) e Marco Biagi (ucciso nel 2002, a Bologna) e poi allo smantellamento delle strutture operative degli epigoni delle Brigate Rosse e di altri gruppuscoli di vario orientamento politico.

Per piazza Ungheria, dove avvenne l’episodio ricordato sopra nella sua spontaneità, si può parlare di un legame particolare con l’Arma, anche prima che negli anni cinquanta su viale Romania fosse ubicata la nuova sede del Comando Generale. Sulla piazza, la mole della chiesa di san Roberto Bellarmino (opera dell’arch. Clemente Busiri Vici del 1931) è preceduta da un ampio sagrato su cui tante volte sono stati schierati plotoni di rappresentanza; il 21 novembre annualmente nella chiesa si celebra la ricorrenza della Virgo Fidelis, patrona dell’Arma stessa. Nelle vicinanze (su viale Liegi, viale Parioli, viale Rossini, via Kircher, …) hanno avuto sede comandi che a vari livelli hanno costituito il punto di contatto per gli abitanti della zona; ad oggi, la stazione dei carabinieri è in via Castellini. Da quando a inizio Novecento è sorto il nuovo quartiere dei Parioli, molti giovani provenienti da famiglie lì residenti si sono dedicati alla carriera diplomatica; ormai, sono tre o quattro generazioni di loro ad essere stati assistiti e protetti nelle “sedi disagiate” (eufemismo burocratico che copre tante situazioni di rischio all’estero) da carabinieri che sanno alternare la tuta mimetica e il basco amaranto a pennacchi e bandoliere.

Carabinieri paracadutisti

Un cenno a parte merita la palazzina che tra il 1943 e il 1944 ospitò il Gruppo Interno su viale Liegi all’angolo di via Lutezia: da qui prese avvio l’operazione che portò, con l’arresto di Mussolini, alla caduta del fascismo. L’allora comandante del Gruppo Interno, il tenente colonnello Giovanni Frignani, fu poi catturato e ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944 insieme con tanti altri. Negli anni cinquanta, la palazzina del Gruppo Interno fu sostituita con un edificio più moderno, attualmente adibito ad abitazioni e a studi professionali. Come ampiamente riportato dalla stampa, il presidente Sergio Mattarella aveva individuato (prima della sua rielezione al Quirinale) in questo edificio la sua residenza romana da utilizzare dopo il termine del suo settennato. Un’ipotesi suggestiva (ma tutta da verificare) è che la scelta del presidente Mattarella sia stata guidata anche dalla memoria storica del luogo e di coloro che in quel luogo avevano dedicato la vita al servizio dei cittadini in anni difficili. Comunque sia, sarebbe doveroso che questa memoria storica fosse materializzata almeno in una lapide.

Ten. col. Giovanni Frignani (1897-1944)

Più sopra è stato menzionato il bar Lotti. Qualcuno potrà ricordare che questo bar-latteria (ormai scomparso da tempo; era ubicato nei pressi della farmacia di viale Rossini) aveva un suo ruolo nelle vicende di piazza Ungheria, fin da quando sul tratto terminale di viale Rossini c’era il mercato rionale (poi spostato in via Locchi e ora all’angolo di viale della Moschea con viale Parioli). Negli anni cinquanta e sessanta, il bar Lotti era abitualmente frequentato da un gruppo di ex-ascari che collaboravano con il Museo Africano allora esistente in via Aldrovandi e che esibivano con giusto orgoglio i nastrini delle decorazioni meritate come appartenenti alle truppe coloniali italiane. Ad assistere ai passaggi del Reggimento a cavallo c’erano anche loro, e in particolare quelli che avevano prestato fedelmente servizio negli “zaptiè”, sotto il comando di ufficiali dei Carabinieri nei territori che per pochi decenni costituirono i possedimenti italiani in Africa.

Corrado Iannucci

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Pubblicato il 12/10/2022

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